Steven Spielberg e Tom HanksTra le tante celebrità che nel 2026 festeggeranno i propri anni con una cifra tonda (toccheranno i 60 Halle Berry, Adam Sandler, Gordon Ramsey, Cindy Crawford; i 70 Mel Gibson, Miguel Bosé, Kim Cattral, Andy Garcia, Christoph Waltz; gli 80 Cher, Susan Sarandon, Sally Field, Candice Bergen e Liza Minnelli) ci sono anche due mostri sacri del cinema che hanno collaborato in sei film di grande successo (Salvate il soldato Ryan, Prova a prendermi, The Terminal, Il ponte delle spie, The Post e il documentario sulla seconda guerra mondiale Band of Brothers) creando una partnership regista-attore tra le più iconiche del grande schermo: Steven Spielberg, che il prossimo 18 dicembre compirà 80 anni e Tom Hanks che il 9 luglio spegnerà 70 candeline.
Steven Spielberg, il mago dei nostri tempi
Dopo quasi sei decenni di carriera continua a maneggiare con abilità la macchina più complessa e fragile dell’immaginazione: il cuore dello spettatore. La sua è sempre stata un’arte di contrasti: avventure spettacolari e paesaggi apocalittici, sogni infantili e traumi profondi, il fantastico e il dolorosamente reale. Spielberg appartiene a quella generazione che ha visto la televisione invadere le case e il cinema diventare un’esperienza collettiva. I suoi film, da Lo squalo a E.T., non sono mai semplici intrattenimenti: sono specchi della memoria e della paura, visioni della speranza in un mondo che raramente la concede. Guardando Schindler’s List è impossibile non percepire il peso dell’eredità storica, il desiderio di testimoniare e non dimenticare, mentre Jurassic Park ci ricorda la fragile meraviglia della scienza e della curiosità infantile.
Ha sempre navigato tra due poli opposti: il mito dell’infanzia e la cruda realtà dell’età adulta. Nei suoi film, gli alieni possono essere amichevoli, i dinosauri terrificanti, e i mostri, a volte, riflessi delle nostre paure più intime. Questa tensione tra innocenza e catastrofe è forse ciò che lo rende eterno: ogni suo film è un’esplorazione del trauma, del desiderio e della redenzione, e ogni spettatore, inconsciamente, lo riconosce. C’è chi lo critica per il sentimentalismo, chi per la manipolazione emotiva; eppure rimane ineguagliabile nel creare ponti tra l’immaginario collettivo e le intime emozioni individuali. È il mago che ci ricorda quanto sia fragile, eppure potente, la capacità di meravigliarsi. In un’epoca di franchise e algoritmi il suo cinema continua a offrirci un raro privilegio: quello di guardare il mondo attraverso gli occhi di un bambino. E forse, alla fine, è proprio questo il suo più grande incantesimo: ricordarci che, anche nella paura e nel dolore, possiamo ancora scegliere di stupirci.
Tom Hanks, l'uomo comune che ha conquistato Hollywood
Tom Hanks è invece una presenza che riesce a incarnare la quotidianità con un’aura di leggenda. Nella loro carriera, molti attori cercano la trasformazione radicale, il colpo d’occhio che sorprende. Lui, invece, ha costruito il suo impero sulla naturalezza, sulla fiducia silenziosa che lo spettatore gli ripone. Non c’è artificio, solo la sensazione che, guardandolo sullo schermo, stiamo osservando qualcuno che potremmo incontrare per strada ma che nello stesso tempo è capace di vivere esperienze straordinarie: sopravvivere a naufragi, combattere guerre, viaggiare nello spazio. Hanks è figlio di un’America in transizione: l’era post-industriale, il sogno della middle class, le contraddizioni di una società che promette possibilità infinite e, al contempo, le condanna a piccole tragedie quotidiane. È questa doppia prospettiva che lo ha portato in ogni ruolo: l’eroe non è mai completamente eroico, è umano, vulnerabile, eppure straordinario nella sua resilienza. Film come Forrest Gump o Philadelphia non sono semplicemente narrazioni: sono studi sul modo in cui gentilezza e determinazione possono plasmare una vita e, in definitiva, la cultura stessa.
Ciò che lo distingue non è solo il talento ma la coerenza. In un’industria ossessionata dall’effimero, la sua carriera si è sviluppata come un dialogo costante con il pubblico, un patto implicito: “Vi prenderò sul serio, e voi farete altrettanto con me”, disse una volta. Ogni sorriso, ogni esitazione, ogni lacrima è calibrata per evocare empatia, senza mai scadere nel melodramma. È un’arte discreta, che richiede comprensione della psicologia umana e della narrazione cinematografica. E alla fine, guardando un film di Hanks, ci rendiamo conto di una verità semplice ma profonda: il cinema non è solo evasione. È la possibilità di riconoscersi, di sentirsi meno soli e – perché no? – trovare una speranza.
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