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"Perché quei ragazzi filmavano invece di scappare?". Non è mancanza di cuore, ma un corto circuito della mente. Ecco 8 riflessioni di psicologia clinica e sociale per comprendere cosa accade quando la realtà supera la nostra capacità di reagire
2 minuti e 37 secondi di lettura
di Sara Piattino*

Davanti alle fiamme di Crans-Montana, molti si sono chiesti con sgomento: "Perché quei ragazzi filmavano invece di scappare?". Non è mancanza di cuore, ma un corto circuito della mente. Ecco 8 riflessioni di psicologia clinica e sociale per comprendere cosa accade quando la realtà supera la nostra capacità di reagire.

1. Lo smartphone come "scudo" emotivo
Per i giovani digitali, il cellulare è un'estensione del corpo. In un momento di terrore, alzare lo schermo crea una barriera psicologica: l'evento sembra accadere "dentro il telefono" e non intorno a noi. È una forma di protezione che ci trasforma da vittime a spettatori, distanziandoci dal dolore.

2. Il bisogno di avere tutto sotto controllo
Inquadrare una scena caotica dà l'illusione di poterla gestire. In un mondo dove ogni emozione viene condivisa, registrare diventa un modo per "mettere ordine" a un evento incomprensibile, cercando di trasformare l'impotenza in una forma di testimonianza.

3. La "disconnessione" della mente (Dissociazione)Sotto shock, il cervello può attivare una difesa chiamata dissociazione. È come se la mente si "staccasse" dal corpo per non soffrire troppo. In questo stato si osserva l'accaduto come se fosse un film, perdendo la prontezza fisica necessaria per mettersi in salvo.

4. L'effetto "branco": se nessuno corre, io resto fermo
Un pilastro della psicologia sociale è la diffusione di responsabilità, studiata da Latané e Darley (1968) sulla rivista Journal of Personality and Social Psychology. Se siamo in gruppo e nessuno dà l'allarme, tendiamo a pensare che la situazione non sia poi così grave. Se tutti attorno a noi filmano invece di scappare, il nostro cervello interpreta il pericolo come "non immediato".

5. Non siamo più abituati al pericolo reale
Cresciamo in un mondo protetto, dove il rischio è spesso solo virtuale. Molti giovani non hanno mai vissuto un'emergenza vera e non hanno un "manuale d'istruzioni" mentale per riconoscerla. Questo porta a sottovalutare i segnali di morte finché non è troppo tardi.

6. L'automatismo della condivisione alla ricerca dei like
Siamo programmati per condividere l'incredibile alla ricerca dei like. L'istinto di catturare un'immagine fuori dal comune per mostrarla agli altri può, per pochi ma fatali secondi, diventare più forte dell'istinto di sopravvivenza. La mente dà la priorità alla narrazione sociale rispetto alla fuga.

7. Il Trauma Collettivo, l'impatto colpisce tutti: vittime, testimoni e soccorritori. Flashback, insonnia e ansia sono i segnali di un sistema nervoso rimasto "bloccato" nelle fiamme.

8. La Soluzione EMDR: raccomandata dall'OMS, la terapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è lo strumento d'elezione.

Il trauma di quella notte può restare "incastrato" nel cervello, causando incubi, ansia e flashback. La terapia d’elezione oggi è l'EMDR (Desensibilizzazione e rielaborazione tramite i movimenti oculari), raccomandata dall’OMS.

Questa tecnica aiuta il cervello a sbloccare il ricordo della tragedia. Attraverso semplici movimenti degli occhi guidati dal terapeuta (grazie a protocolli standardizzati ad hoc), l'EMDR aiuta il cervello a sbloccare il ricordo traumatico, "traslocandolo" dalla zona del terrore a quella della memoria narrativa. Il trauma viene così desensibilizzato, permettendo alla vita di ricominciare oltre la paura.

Comprendere che quel video girato durante l'incendio era un grido silenzioso di una mente in shock è il primo passo verso la rielaborazione. La tecnologia ci ha reso spettatori della nostra tragedia; la psicoterapia ci restituisce il ruolo di protagonisti della nostra guarigione.

*Sara Piattino, psicoterapeuta EMDR e PHD

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