Paolo Sorrentino, lo sappiamo, spesso esagera con il suo stile ridondante: film come La grande bellezza o Parthenope sono opere che si crogiolano in un'estetica grandiosa, mettendo in risalto spettacoli visivi che vanno a scapito di personaggi e narrazioni. La prima cosa che quindi stupisce ne La grazia che ha inaugurato in concorso la Mostra di Venezia è che contro ogni aspettativa la sua ultima opera è austera e lontana da qualsiasi pretesa kitsch, determinata a provare un approccio diverso nel quale si ritrovano pochissimi dei tratti distintivi del regista: una favola essenziale sui conflitti interiori di uno statista italiano dove Sorrentino attenua la sua indisciplinata propensione all'appariscenza e punta ad una nuova e diversa maturità, ancora dalle parti di un racconto politico ma in netto contrasto con Il Divo e Loro anche se il protagonista è sempre Toni Servillo.
La trama
Ma se in quei due film l’attore napoletano vestiva i panni di personaggi realmente esistiti, Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi, qui è un immaginario Presidente della Repubblica che affronta i suoi ultimi mesi in carica: Mariano De Santis, ex-giudice molto rispettato ma riconosciuto – dal suo entourage e da lui stesso – come un po' arido. Soprannominato "cemento armato", è noto per la sua stolida circospezione, prendendosi sempre il tempo necessario per riflettere sulle questioni in conformità con la Costituzione. Prima di uscire di scena ha tre importanti dossier su cui riflettere: una proposta di legge sull'eutanasia e due richieste di grazia. Una è per una donna che ha accoltellato il marito 18 volte dopo aver subito anni di abusi da lui, l’altra per un insegnante, in prigione per aver strangolato la moglie malata di Alzheimer, dopo anni in cui la malattia l'aveva portata alla follia. Vivendo praticamente da recluso nella vastità del Quirinale ha come consiglieri da un lato la figlia Dorotea, avvocato, (Anna Ferzetti) e dall’altro un bizzarro Papa nero con i capelli rasta che si muove in motorino. Uomo apparentemente con pochi piaceri nella vita – a parte la musica del rapper Guè, che appare in un cameo – è ancora ossessionato dalla morte della moglie Aurora, avvenuta otto anni prima, e tormentato da un lontanissimo tradimento di lei con un amante sconosciuto.

La storia di un leader al tramonto
De Santis si ritrova così intrappolato all’interno della tensione endemica di tanti film di Sorrentino: quella tra sacro e profano ma in una svolta più introspettiva, dove il regista si concentra sulle incongruenze che possono formarsi nel divario sempre più ampio tra i principi di un uomo e i suoi dubbi. Quello che viene fuori è un arazzo tematicamente intrigante da esplorare se pure a volte eccessivamente logorroico nelle sue riflessioni etiche ed esistenziali. È la storia di un leader al tramonto dei suoi anni, una meditazione su un uomo in una posizione di grande potere che deve affrontare i suoi demoni interiori e guarda indietro tra i rimpianti che lo consumano, silenziosamente tormentato dalle ultime decisioni che si trova a dover prendere se pure desideroso di tracciare un nuovo percorso per il futuro.
L'opera meno indulgente e più sommessa di Sorrentino
È una cupa meditazione sul rimorso che ci consuma mentre il sole tramonta rapidamente all'orizzonte dove si intrecciano osservazioni su altri temi come l'invecchiamento, l'amicizia e la solitudine. Nel complesso è un gradito cambiamento vedere Sorrentino, spesso prigioniero del suo stile tanto quanto Wes Anderson, attenuare i toni pur rimanendo riconoscibilmente se stesso: La grazia è l’opera meno indulgente e più sommessa di un regista i cui dilemmi esistenziali sono inequivocabilmente intrecciati nel tessuto della Storia ma che questa volta consente alle sue qualità più divisive di essere superate dallo studio di un personaggio delicatamente seducente, accattivante e contemplativo.
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