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Trovo che sia imbarazzante assistere al dolore altrui senza poter fare nulla. Non parlo in questo caso di dolore fisico ma psicologico. Nel mio lavoro, a volte per puro caso, mi trovo di fronte a situazioni curiose, raccolgo voci, sfoghi, disperazione. E la disperazione non conosce fronzoli, è secca, brutale come il titolo di questo commento.

L’altro giorno ero a Rapallo per alcuni servizi sugli ucraini ospiti in Italia. Ho posteggiato l’auto vicino allo sportello Informagiovani del Comune, dove la gente va a cercare lavoro. Fuori, in attesa, c’era una donna con i capelli corti. Ad un certo punto mi ha salutata, ha attaccato discorso dicendo che stava cercando un lavoro. Aveva voglia di parlare. In breve tempo si è messa a piangere dicendo che è da un anno che non ha un impiego, che le offrono solo di fare la badante giorno e notte ma lei vuole seguire sua figlia.

Lì ho iniziato a provare disagio, quello che si prova quando qualcuno ti racconta qualcosa di molto privato della sua vita, e tu neppure lo conosci. Le ho chiesto come fa a vivere, e ha risposto che suo marito paga l’affitto: “Mio marito mi dice sei solo una puttana ma non è vero! Mi dice che non sono capace di fare nulla, mia figlia non mi rispetta, dovrebbe avere un po’ più di riconoscenza nei miei confronti (...)”. Non parlava benissimo l’italiano, credo fosse dell’Est. Continuava a piangere ma con dignità, le lacrime scendevano come se fossero al rallentatore. E io non potevo fare altro che guardare, annuire, non sapevo che cosa dire, come uscire da quella situazione in modo elegante. Poi si è aperta la porta dell’ufficio e le hanno detto qualcosa, ho colto l’occasione per allontanarmi, due passi più in là, dalla macchina, dove il mio collega cameraman stava inviando materiale in sede a Genova.

Ha smesso di piangere, è rimasta lì ad aspettare il suo turno, io con gli occhi bassi. Ad un certo punto è passata una signora anziana, molto curva. Il dialogo si è svolto più o meno cosi. Signora con i capelli corti in cerca di lavoro: “Buongiorno signora come sta?”. Anziana: “Eh, sono ridotta così perché ho lavorato tanto nella mia vita, non sono mai stata senza fare nulla, non ho mai chiesto niente a nessuno”. E se ne è andata. Signora in cerca di lavoro: “E io sto cercando lavoro, e non ho mai chiesto niente a nessuno, non ho mai chiesto l’elemosina, solo un lavoro”. Ora è arrabbiata, offesa.

Era la mazzata che mancava, questo dialogo. Ha riiniziato a piangere in modo posato finché non la hanno gentilmente chiamata dall’ufficio per cui era in attesa.

Mi manca il finale di questa storia, non so come finirà e non so più cosa dire come oggi di fronte a quelle lacrime. Solo che è uno spaccato di vita, di chi non ha avuto la strada in discesa o in pianura ma solo in salita. Non credo a chi dice che è una colpa, che il lavoro se vuoi lo trovi e bla bla bla. Credo che non si scelga dove nascere, che genitori avere, che vita avere. A volte non c’è scelta, se non quella di andare allo sportello Informagiovani di un Comune e cercare di fermare con una scusa qualsiasi, un saluto, la gente che passa solo per dire, disperatamente: “Sto cercando un lavoro”.

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