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di Luigi Leone

Il centrosinistra era praticamente alla disperazione. Poi un’anima pia, ancora non s’è capito davvero chi abbia tirato fuori il nome, ebbe la folgorazione: Silvia Salis! In un amen, la vicepresidente vicaria del Coni, ex campionessa del lancio del martello, divenne la candidata sindaca di Genova. Fece la sua campagna elettorale e vinse già al primo turno la competizione per lo scranno più alto di Palazzo Tursi.

Primarie? Neanche se ne parlò. E non vuole sentirne parlare Silvia Salis. Ha ragione da vendere. Il motivo principale è che una coalizione il nome deve tirarlo fuori da sola, mettendo d’accordo i vari partiti che la compongono e trovando nel programma le ragioni per stare insieme. Fra queste ragioni c’è anche la piena adesione al candidato/a. Anzi, visti i tempi, forse è persino il primo punto. E’ il “modello Genova” della politica, che non casualmente Salis rivorrebbe su scala nazionale.

Si dirà che in una delle democrazie più evolute del pianeta, cioè gli Stati Uniti, è in funzione da sempre la regola delle primarie, che vale tanto per i democratici quanto per i repubblicani. Ora, al netto delle follie di Donald Trump, da quando per la seconda volta è l’inquilino della Casa Bianca, c’è un dato che fa agio su tutto: là esiste proprio la cultura delle primarie. Ognuno dei due partiti si divide, dandosele di santa ragione, ma, da entrambe le parti, quando uno ha vinto gli stanno tutti dietro, senza più separazioni di sorta.

Potrebbe mai succedere in Italia? No. Ecco perché Salis è condivisibile quando afferma che le primarie enfatizzerebbero le divisioni anziché i motivi per stare uniti. Quindi, le scorie dopo la battaglia sarebbero tali che alle elezioni “vere” in realtà ognuno baderebbe a se stesso. Di più: prima non si fa vincere il “presunto” e “proprio” candidato, poi si vede se dal voto si ricava un seggio in Parlamento.

Così vanno le cose. E sul punto la sindaca di Genova mostra un pragmatismo che merita attenzione. Qualcuno osserva, e Salis non pare così contraria, che il centrosinistra potrebbe utilizzare il sistema del centrodestra: chi prende più voti fra i leader di partito fa il premier. In pratica, la maggioranza che oggi fa capo a Giorgia Meloni utilizza le elezioni “vere” come se fossero delle primarie.

L’esperienza ci dice che nel centrosinistra, e soprattutto nella componente più a sinistra, le cose difficilmente potrebbero andare in questo modo. Elly Schlein si dichiara “testardamente unitaria”. Però lo fa sapendo perfettamente che il suo partito, il Pd, sta largamente davanti agli altri del cosiddetto “campo largo”. Sarebbe lo stesso se occupasse stabilmente la posizione di rincalzo dello schieramento? Ovviamente non lo so. Però Giuseppe Conte, guida appunto della seconda forza dell’alleanza, il Movimento Cinque Stelle, nessuno l’ha mai sentito definirsi “testardamente unitario”. Ci sarà pure un motivo.

Siccome, poi, c’è la complicazione di una legge elettorale che Meloni vorrebbe cambiare in senso proporzionale, e che si dichiara pronta a modificare anche a colpi di maggioranza, ove l’opposizione rimanesse ancorata all’attuale diniego, non mi stupisco affatto che Salis dica di voler rimanere a Genova, occuparsi di Genova e utilizzare per il bene di Genova la propria visibilità nazionale.

Ma la politica è l’arte del possibile, quindi è troppo presto per ritenere chiusa qualsiasi partita. La sindaca, tuttavia, ricordi che un’eventuale giravolta probabilmente non le verrebbe perdonata. E lo rammenti anche Giorgia Meloni. Su molte cose già ha fatto il contrario di ciò che affermava dall’opposizione, ma se cambiasse opinione anche sulla sua candidatura al Quirinale (“oggi non è nei miei obiettivi”) gli italiani si sentirebbero presi in giro. Con le inevitabili conseguenze. Oops, non volendo ho messo Salis e Meloni a confronto…

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