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Erano anni che non provavo un'emozione sportiva come quella dello scorso 3 ottobre, io e Maurizio davanti al televisore della redazione, a seguire l’ultimo giro di pista dopo il suono di campana nel velodromo Pétrieux, dopo la grande delusione della foratura e della caduta di Gianni Moscon, il nostro corridore preferito, che sembrava avviato a una leggendaria vittoria per distacco nella corsa più feroce del calendario. E invece a far riascoltare l'inno di Mameli alla premiazione ci avrebbe pensato Sonny Colbrelli, capace di battere in volata un giovanissimo in ascesa come Florian Vermeersch e un mostro come Mathieu van der Poel. I tre erano arrivati sporchi come cani, avrebbe detto Roberto Roversi, sembravano le statuine dell'esercito cinese di terracotta, per quella Parigi-Roubaix che noi italiani non vincevamo dal secolo anzi millennio scorso, quando nel 1999 ci era riuscito Andrea Tafi da Fucecchio, e che stavolta si era corsa a ottobre per via del Covid, dopo che nel 2020 era stata cancellata come soltanto per la seconda guerra mondiale.

Colbrelli prima aveva vinto e poi si era lasciato andare a un'esultanza che era stata forse ancor più bella del gesto tecnico: mai visto uno sportivo di primo piano - e lui veniva da una bellissima doppietta, prima nel campionato italiano e poi in quello europeo vinto in volata sull'altro fenomeno Evenepoel - esaltarsi così, come uno che nemmeno credesse a quello che aveva fatto, come se avesse corso fin da adolescente per arrivare a quella vittoria, come se non gli sembrasse vero. Tutti da ragazzi, soprattutto quelli che erano saliti su una bici da corsa sperando di diventare un campione, avevamo sognato di vivere un momento così. E lui che ce l’aveva fatta era adesso un fratello minore, diciamo forse ormai un figlio.

Così ci sono rimasto davvero male, il mese scorso, quando ho saputo del malore che aveva colpito Colbrelli dopo la prima tappa del Giro di Catalogna, chiusa al secondo posto in volata dietro Matthews. Non solo un malore, un dramma: Sonny aveva avuto un arresto cardiorespiratorio, era stato riacciuffato quasi per miracolo, grazie alla prontezza dei soccorritori e all'uso del defibrillatore. Mentre in quei giorni, dove la pandemia sembrava cedere il passo a una guerra termonucleare e quindi tutti pensavamo ad altro, lo sportivo che ai devoti del ciclismo aveva regalato l'emozione più bella del 2021 rischiava di darci un dolore immenso, il peggiore possibile per un tifoso; e poi tutto scivolava di nuovo via soffocato dalle cronache pressanti, dal giornale di guerra e di prigionia. I controlli medici, l'accertamento di un'aritmia, l'impianto di un defibrillatore sottocutaneo, la necessaria fine della carriera agonistica.

A casa Colbrelli restano da una parte il cubo di pietra dei vincitori della Roubaix e dall’altra una famiglia che può tenere Sonny con sé. A noi tifosi residua un'immensa malinconia, a noi che avevamo già cercato sulla rete il video del percorso mondiale di Wollongong, in Australia, sede del prossimo mondiale, un tracciato per velocisti come appunto Colbrelli, una maglia arcobaleno che gli italiani non vincono dal 2008, e per la quale stavolta speravamo tanto appunto in Colbrelli. Che se la vedrà a casa con la sua famiglia, ed è una cosa bellissima come la vita. Potrà sperare di invecchiare ricordando quel 2021 troppo bello per essere vero e invece era stato vero, dal tricolore alle stelle fino a quel pezzo di porfido più prezioso dei sassi portati giù dalla Luna.

Era enorme questa malinconia che non pensavamo potesse lasciare spazio a sentimenti meno nobili. Eppure è accaduto. Perché neppure si era diffusa la notizia dell'intervento chirurgico e delle conseguenze, che sulla rete hanno preso a circolare due correnti limacciose di oltraggio. Non tanto al buon corridore, quanto in un caso al ciclismo e nell'altro a gran parte dell’umanità. Non sulle pagine e sui siti per gli amanti della bicicletta, dove i social ti permettono di fare le ricognizioni di percorso e anche la colazione pregara con i campioni, qui c’era solo un grande rispetto per Sonny, che una volta aveva vinto anche l’Appennino col traguardo davanti alla Fiera del Libro che ora non c’è più. Ma sui siti e sulle pagine dei media generalisti, è lì che spurgava la bruttezza.

Niente, nemmeno di fronte a un ragazzo di trentun anni, passato in pochi giorni dal rango di campione tra i più popolari del mondo a quello di un sopravvissuto costretto a scendere di bici, è stato possibile il rispetto. Sì, perché qualcuno proprio non ce l’ha fatta, è stato più forte di lui, a buttar lì frasi e mezze frasi tipo: visto dove porta il doping?, ah questo ciclismo scomunicato…
Ma non era finita. Perché se già questa tassonomia dell’inciviltà non fosse bastata, ecco quelli che: visto dove porta il vaccino?, ah quante morti improvvise…

E niente. Hai voglia a spiegare che oggi come oggi, a forza di controlli più che ferrei per riscattare le vergogne di un passato non troppo lontano, il ciclismo è non solo tra gli sport più puliti dove barare è impossibile perché chi ci prova viene subito scoperto, ma è forse quello in cui la ricerca scientifica - dai materiali agli attrezzi, dall’alimentazione alle tabelle di allenamento, naturalmente con i computer a tradurre in dati e watt e cardiofrequenza ogni prestazione - è al più alto grado di avanzamento e quindi permette progressi alla luce del sole e chiari come l'acqua. E hai pure voglia a riprendere le statistiche sulla mortalità generale annua, sulle morti improvvise, sugli effetti generali dell’immunizzazione, ci si scanna da quasi due anni tra false informazioni e suggestioni e di fronte a taluni dogmatismi antidogmatici vien da chiedersene il come e il perché, senza potersi dare risposta.

Qualche settimana fa, sempre qui, scrivevo di come tra l’uomo qualunque apparentemente innocuo, che nel sopruso si spinge fino alla soglia del suo modesto spettro di possibilità, e i demoni come Eichmann, la differenza è soltanto quantitativa e non di qualità. Fa rabbrividire l’orrore che abita dentro ognuno di noi e che riemerge secondo le contingenze e le occasioni. Fino a piegare la realtà, nei suoi aspetti rattristanti anche come la precoce conclusione della carriera di un campione che ancora avrebbe potuto emozionarci, ai fini di una tesi precostituita, per un supplemento di afflizione. Un dispiacere che posa sull’anima una pietra più pesante di quella vinta a Roubaix dal campione col cuore urgente. E a malapena i porcospini si abbeverano a un filo di pietà.

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