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L'ex presidente della Sampdoria ha ripreso ad imperversare
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Da molti anni considero il canone Rai un sopruso. Sarà l’ormai intollerabile affollamento di spot pubblicitari, perfino nei momenti cruciali degli eventi sportivi; sarà la palese militanza di molti dipendenti, sotto elezioni e non solo, col pretesto invero labile di “dover” controbilanciare la presenza - e un supposto orientamento - della concorrenza privata; saranno gli ingaggi siderali delle stelle fisse, intollerabili se non osceni alla luce del tenore di vita del pagatore medio - appunto - del canone.

La sgradevolezza dell’abbonamento, un balzello da rivedere se non da abolire alla luce della voracità pubblicitaria di un’azienda che non dovrebbe avere il mercato come statuto, diventa pesantissima di fronte a un fatto che a me, come a molti altri a giudicare dai messaggi che riceviamo privatamente io e sui suoi canali l’azienda cui collaboro, ha contrariato assai. Sì, l’ennesima comparsata, sulla rete di massimo ascolto, dell’ex presidente della Sampdoria, il “Viperetta” Ferrero. Una comparsata perfettamente in linea con lo stile e il profilo del personaggio.

Perciò ritengo di porre alcune domande al consiglio di amministrazione Rai, alla direzione generale e alla relativa commissione parlamentare di vigilanza.

Prima questione preliminare. Fa parte del concetto di “servizio pubblico”, fondamento dell’imposizione del canone, concedere periodicamente spazio a personaggi quale il signore in questione, ovvero un pregiudicato, tuttora sotto processo per presunti gravi reati che quasi un anno fa lo avevano portato in custodia cautelare a San Vittore, dalla carriera imprenditoriale tutt’altro che fortunata, dai modi che a Genova purtroppo ben conosciamo e alla cui diffusione nazionale provvede la Rai, pagata dai cittadini?


Un giorno lo vediamo spuntare dai telequiz, un altro dai contenitori pomeridiani, un altro ancora dai programmi di intrattenimento, adesso dalle trasmissioni di approfondimento. Quasi sempre a raccontare le stesse storie, dai soldi sottratti alla nonna all’orgoglio di essere stato in gattabuia, non senza cupi bagliori di un machismo fuori tempo e fuori ogni logica. Davvero tutto questo è “servizio pubblico”? Davvero queste discutibili autoapologie di una persona con più ombre che luci sono in linea con quella che dovrebbe essere la missione di una tv di Stato? E’ giusto che passi su una rete pubblica il messaggio, inequivocabile, che sia meglio essere furbi che onesti?

Ma soprattutto: qual è il segreto di questo personaggio? Che cosa gli permette di imporre periodicamente la propria presenza, divertente per alcuni ma sgradevole per molti altri, nella tv di Stato pagata - non fa male ripeterlo - dal canone dei cittadini? Che cosa gli consente, non appena venute meno esigenze giudiziarie che lo avevano visto prima in cella e poi ai domiciliari complessivamente per quasi sei mesi, di tornare a imperversare sulle frequenze pubbliche a spese dei contribuenti?

Infine: questo potere di entrare a piacimento nelle case degli italiani, spesso nelle ore di massimo ascolto, ha qualcosa a che vedere con l’altro potere che resta inspiegato, ovvero quello di essersi fatto regalare e a lungo rifinanziare, da una grande dinastia imprenditoriale rispettata e rispettabile a livello internazionale come i Garrone-Mondini, una società di calcio di serie A? Come ci è riuscito?


Questa, non come faceva a prendere i soldi della nonna da sotto il materasso, è la domanda a cui vorremmo risposta. Anche, a questo punto, su una rete pubblica. Poi basta. Un bel gioco dura poco e questo gioco è tutt’altro che bello. E non è nemmeno un gioco.