Porto e trasporti

Finisce la lunga era di Giuseppe Bono alla guida di Fincantieri. Dopo vent'anni, il manager che aveva tirato fuori l'azienda dalle secche dell'assistenzialismo per farla diventare un competitivo gruppo internazionale fino alla quotazione in Borsa, cede la carica di amministratore delegato a Pier Roberto Folgiero, mentre la presidenza finora occupata dall'ambasciatore Giampiero Massolo passa al generale Claudio Graziano, oggi capo di gabinetto di Josep Borrell all'Unione Europea.

Anche in ragione dei ragguardevoli risultati ottenuti da Bono, le indiscrezioni andavano nella direzione, se non di una piena riconferma, di un semplice trasloco - magari non senza deleghe operative - nella stanza accanto del palazzo delle Rive di Trieste dove ha sede la società. Ma le indicazioni del Tesoro, che con CDP controlla tramite una finanziaria il 71,3% del capitale, hanno determinato una discontinuità che, secondo le voci, sarebbe stata indicata proprio da Palazzo Chigi. Una soluzione giudicata in anticipo non ottimale dal nostro Luigi Leone (leggi qui), per via della situazione internazionale che avrebbe richiesto semmai continuità.

A Genova e alla Liguria, Bono aveva legato molta della sua attività ai vertici di Fincantieri, per le sedi di Sestri Ponente, Sestri Levante (Riva Trigoso) e Muggiano alla Spezia. Ma il suo intervento fu decisivo per realizzazione e completamento del Ponte Genova San Giorgio, come rivendica lo stesso Bono: "Ho sempre obbedito allo Stato, non ai partiti. E una volta, sul Ponte di Genova, ho salvato entrambi".

Bono ricorda: "Siccome lì Genova abbiamo nostri stabilimenti, da Genova mi chiesero un aiuto senza specificare di che tipo. Io risposi: vi facciamo il ponte. Le navi da crociera hanno ponti enormi, li sappiamo fare, dateci fiducia. Credo che il nuovo ponte di Genova - dice in un'intervista a "l'Espresso" - sia tra le poche opere ultimate nei tempi previsti".

"Mi hanno chiamato stamattina - conferma - e mi hanno comunicato che il governo preferisce la 'discontinuità'. Non ci sono cose che non vanno o cose che vanno raddrizzate, la mia carriera era il problema. Non la posso cedere ad altri, purtroppo. Anzi ne vado fiero. Ho lavorato con dieci governi diversi. Se mi fossi consegnato a uno di loro, se avessi parteggiato per uno di loro, sarei in pensione da un pezzo. Mi sento e sono un indipendente. Non appartengo a nessuno. Questa è una scelta anagrafica, non di politica industriale. La rispetto".

"Io pensavo di dover 'fronteggiare' complimenti" piuttosto che le critiche per la vendita delle fregate Fremm all'Egitto. Con quella operazione, che ci ha portato più ricavi, Fincantieri - dice - ha riaperto un canale diretto con un Paese funzionale alle esigenze geopolitiche dell'Italia. C'era bisogno di uno sbocco dopo che siamo diventati ininfluenti in Libia. Oggi abbiamo urgente bisogno di gas e anche grazie a noi possiamo comprarlo dagli egiziani".

La politica, spiega Bono, "ha messo le due vicende sulla stessa bilancia. Un errore gigantesco. Ogni Stato persegue i suoi interessi. Ho chiuso l'accordo con Al Sisi con il pieno sostegno del secondo governo di Giuseppe Conte. La sera i partiti mi autorizzavano a trattare, il giorno dopo facevano proclami su Regeni. Ho sempre obbedito allo Stato, non ai partiti. E una volta ho salvato entrambi" con il ponte di Genova.

"Io sono un pigro. Non mi piace viaggiare, eppure ho girato il mondo. Non mi piace mangiare al ristorante, eppure potrei pubblicare una guida. Adesso mi gusterò il piacere di fare quello che mi piace fare: andare in campagna in Abruzzo, accendere il cammino, fissare le fiamme che ardono come quand'ero bambino. E poi con abbondante calma approfondiamo un po' di argomenti. Guai a confondere la cronaca con la storia. Per ora - conclude - mi fermo alla cronaca".