Prosegue il nostro viaggio attraverso gli auspici del mondo portuale per il 2026. Primocanale, oltre a sentire i rappresentanti del mondo dello shipping, ascolta anche l'altro fronte, quello dei cittadini, che chiedono un rapporto più virtuoso tra porto e città, vista la vicinanza tra le due realtà. Oggi sentiamo Giammario Bolognini, del comitato Porto Aperto: "Io e il Comitato di cui faccio parte ci interessiamo dal 2011 dei problemi di inquinamento ambientale che ci sono in città, dovuti alla presenza di attività industriali universalmente riconosciute (da prestigiosi organismi scientifici internazionali come EPA, OCSE, ecc.) come particolarmente pericolose per la salute umana se, e quando, sono esercitate a ridosso di quartieri urbani densamente popolati.
Case a 70 metri o poco più dalle attività inquinanti
E questo è proprio il caso della zona di levante del porto di Genova dove, a poca distanza dalle aree industriali, c’è il centro storico, che è uno dei più importanti, estesi e densamente popolati d’Europa. Oltre a ciò si registra la presenza, nelle aree contigue, anche di quartieri altrettanto importanti e soggetti anch’essi agli inquinanti che vengono prodotti nelle aree industriali suddette. In alcuni casi si registra la presenza di abitazioni anche alla distanza di soli 70 metri o poco più (comunque non oltre poche centinaia di metri) dalle aree industriali. A tutto ciò si somma la presenza, nelle aree contigue, di molte infrastrutture cittadine (Zona Expò, Acquario, opere varie comprese nella zona della Fiera di Genova, oltre ad una importantissima infrastruttura sanitaria come l’Ospedale Galliera, ecc.)
Il problema del fumo delle navi
Agli inquinanti suddetti si sommano quelli prodotti dalle emissioni dei camini delle navi (compreso i fumi) in transito e in sosta, a motori accesi, nel porto di Genova. Ad essere particolarmente pericoloso è il mix complessivo di inquinanti dovuti a tutte le attività suddette che, soprattutto, quando interagiscono tra loro e si riversano sullo stesso organismo vivente possono diventare veramente letali, essere all’origine di molte malattie invalidanti. Non a caso, purtroppo, si registrano numerosi morti annui dovuti al mancato rispetto delle linee guida OMS, come è stato riferito in diverse assemblee pubbliche.
Uno scorcio del porto di Genova che evidenzia la vicinanza alle caseL'origine degli inquinanti: le lavorazioni più impattanti
Inoltre occorre sottolineare che tale situazione si ripete a partire dalla fine degli anni 60, per cui basta fare una semplice calcolo per trovare il numero complessivo di morti nell’arco temporaneo suddetto (che è di alcuni decenni). Qualcuno potrebbe obiettare che nel porto di Genova certe lavorazioni, sugli scafi delle navi si sono sempre eseguite, da centinaia di anni. Questo è vero, ma ad essere cambiate sono le tipologie di lavorazioni che vengono eseguite. Infatti mentre il modello originario, città-porto, non ha creato, per lungo tempo, particolari problemi, quando gli scafi delle navi erano in legno (galee, velieri, e /o quant’altro), non vi erano seri problemi di inquinamento ambientale, neanche quando, in tempi più recenti, si era passati alla realizzazione di carene in ferro, ma del tipo chiodato, in cui le lamiere, per la realizzazione degli scafi delle navi, venivano assemblate (dopo aver eseguito i relativi fori) con dei rivetti, posti in opera a caldo e poi ribattuti, per garantire aderenza tra le lamiere. Il modello è entrato in crisi quando, verso la fine degli anni 60, si è passati all’uso generalizzato, delle lamiere saldate, per la realizzazione degli scafi delle navi. Questa evoluzione tecnologica ha posto in crisi il modello di sviluppo precedente, in quanto le lavorazioni che prevedono la fusione dei metalli che compongono gli scafi delle navi, sia per garantire l’unione delle lamiere, con saldatura elettrica, sia il taglio termico delle stesse, nei casi di demolizione, e/o trasformazioni navali (tipiche delle attività di riparazioni navali e refitting navale degli scafi), portano sempre alla formazione di ossidi di azoto (NOx) e di polveri sottili, che sono sempre altamente inquinanti e molto pericolose per la salute umana. Non a caso sono considerate foriere di pericolosissime malattie (tumori e quant’altro) soprattutto se e quando sono sommate a quanto esce dai camini delle navi.
Il ruolo della nuova diga per allontanare attività inquinanti dalle case
Alla luce di tutto, ciò cosa mi aspetto dal 2026, per una maggiore vivibilità tra porto e città? La risposta è semplice e nello stesso tempo articolata nelle sue diverse sfaccettature, ovvero: per quanto attiene le attività di cantieristica navale esercitate in prossimità del centro storico auspico che vengano allontanate dalle attuali sedi le attività fortemente inquinanti e universalmente considerate pericolose per la salute umana. Questo non vuol dire dismettere le attuali attività, ma trasferire solo, ed unicamente, quelle pericolose per la popolazione, lasciando in sito quelle compatibili. In tutto il mondo civile, certe attività vengono eseguite alla distanza di 1 km, 1 km e mezzo, dai nuclei abitati, e/o in ambienti confinati (come a Papenburg, dove si tutela sia la salute dei lavoratori, sia quella della popolazione che vive all’intorno).
La realizzazione della nuova diga foranea del Porto di Genova era, ed è, un’occasione irripetibile per trasferire, in prossimità della stessa, le lavorazioni pericolose suddette, tutelando nel contempo, la salute dei genovesi e il lavoro. Qua invece sembra che vogliano sfruttare la nuova diga foranea per ampliare (in sede di predisposizione del nuovo PRP) le aree di cantieristica navale a ridosso della città, a poche decine di metri, o poco più, dalle abitazioni, aumentando con ciò, in modo esponenziale, l’inquinamento ambientale che c’è già. Sembra incredibile, anziché cercare di risolvere la già grave situazione attuale, si pensa di incrementarla. Il tutto viene giustificato dall’esigenza di tutelare il lavoro. Io penso che sia l’esatto contrario. Basta vedere cosa è successo a Taranto, e/o a Casale Monferrato, dove hanno tirato la corda sino all’estremo per poi ritrovarsi con gli impianti chiusi (e denunce penali varie) quando è finalmente intervenuta la magistratura a tutelare della salute della popolazione. In altre parole se si fanno le scelte giuste, e si guidano correttamente i processi di trasformazione industriale, si garantisce il lavoro per i prossimi cinquant’anni, in caso contrario lo si fa solo per pochi anni (in altre parole tirare a campare, spesso e volentieri vuol dire, prima o poi, tirare le cuoia. Inteso come garantire il lavoro in situazioni abnormi e non più sostenibili a lungo).
La speranza nell'elettrificazione delle banchine
Per quanto attiene le emissioni dai camini delle navi, in transito, e/o in sosta, a motori accesi nel porto di Genova: Occorre eseguire e completare, al più presto, l’intera elettrificazione delle banchine del porto di Genova in modo che le navi in sosta non abbiano più la necessità di tenere i motori accesi per garantire i servizi di bordo. Oltre a ciò occorre, contestualmente, obbligare gli armatori ad adeguare le loro navi all’uso dell’elettricità per garantire tutte le funzioni di bordo e quindi vietare l’uso dei combustibili fossili durante la sosta. Rimane il problema del transito delle navi in porto, in questo caso si dovrebbe obbligare gli armatori all’uso di combustibili green, meglio l’uso dei motori elettrici, ove possibile. Fermo restando che i motori a combustione interna (diesel di grandi dimensioni) con le temperature di esercizio che raggiungono, danno sempre origine ad ossidi di azoto e polveri sottili (si possono ridurre ma non eliminare del tutto, in quanto sono connaturali con questo tipo di motore).
La questione del monitoraggio degli inquinanti
I monitoraggi che vengono eseguiti attualmente ovvero quelli che rilevano solo i PM 10 ed i PM 2,5 servono a ben poco, sia per gli inquinanti prodotti dalle attività industriali citate in precedenza (la maggior parte degli inquinanti sono infatti inferiori, e di molto, ai PM 2,5), sia per le emissioni dei camini delle navi (gli inquinanti veri, quelli pericolosi per la salute, anche in questo caso, hanno una dimensione, di molto, inferiore ai PM 2,5 che vengono rilevate attualmente e, oltretutto, sono in larga parte tumorali). I fumi delle navi, quelli che si vedono e molto spesso suscitano l’allarme di parte della popolazione, in realtà sono quelli meno pericolosi, in quanto, solo per il fatto che sono percepibili visivamente, hanno la dimensione di 50 micron e vengono, per lo più, intercettate dalle vie respiratorie superiori (naso, laringe). Ad essere veramente pericolosi sono gli inquinanti più piccoli, che sono inodori, insapori, invisibili all’occhio umano e che, il più delle volte, si possono fissare nei polmoni, nel pancreas, nel sangue, nel cervello. Per cui si debbono monitorare anche e soprattutto le polveri fini e ultrafini (polveri sottili) che sono quelle che minano veramente la salute e sono all’origine di tante malattie, anche letali. I PM 10 e PM 2,5 vanno bene, solo ed unicamente, per porre a confronto gli inquinanti prodotti, mediamente, nelle principali città Europee (traffico urbano, impianti di riscaldamento, ecc.), per le altre tipologie di inquinanti si debbono fare monitoraggi specifici. Genova è un caso a sé, infatti è rimasta l’unica città con un porto dove c’è un’industria pesante situata nel bel mezzo dei quartieri cittadini più densamente popolati (in alcuni casi si raggiungono, addirittura, i 220 abitanti per ha) e dove, al tipo di inquinanti delle altre città Europee, si sommano anche, e soprattutto, quelli prodotti dalle attività industriali indicate in precedenza e dal traffico e sosta, a motori accesi, delle navi, che producono sempre particelle inquinanti molto più sottili, sino al PM 1 (e in alcuni casi anche oltre, fino al PM 0,1) e ossidi di azoto, i cui MIX sono sempre all’origine delle malattie citate in precedenza".
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