IL COMMENTO

Primocanale invita a guardare al bene comune e non agli interessi dei singoli

La diga è della città e non dei terminalisti litigiosi

di Matteo Cantile

giovedì 14 gennaio 2021
La diga è della città e non dei terminalisti litigiosi

 La diga foranea di Genova promette di cambiare il destino del bacino storico del porto della città e, di conseguenza, costituisce un grande vantaggio per l’intera comunità: eppure, come spesso accade nel capoluogo ligure, c’è una categoria che ha già iniziato a litigare per ‘grandi’ interessi di bottega. Neppure il tempo di presentare i tre progetti da discutere nel dibattito pubblico, infatti, e i terminalisti genovesi hanno iniziato ad accapigliarsi per ottenere dal progetto il massimo vantaggio personale, e magari penalizzare il concorrente e questo a scapito della visione più ampia e utile per tutti.

All’interno del gruppo ‘terminal operators’ di Confindustria Genova, la sezione degli industriali attivi nella gestione delle banchine portuali, si è accesa la solita guerra che vede, stavolta, contrapposte due fazioni: ci sono quelli che preferiscono l’accesso a levante, quelli che vorrebbero che le navi entrassero a ponente, entrambi accecati da considerazioni sull’interesse privato, legato alla posizione occupata da ognuno all’interno dello scalo. e come si potrebbero modificare gli accessi delle grandi navi a diversi terminal.

Un dibattito, quello che si è acceso in Confindustria, che non è all’altezza dell’importanza della città e del vero fine della nuova diga, il bene di Genova. Primocanale ha a cuore l’interesse di tutti, non di una sola parte, e ritiene che il futuro di Genova debba necessariamente passare per un complessivo ripensamento degli spazi e della vocazione del porto: una nuova diga è un passo decisivo in questa direzione.

L’attuale diga foranea, voluta e finanziata da Raffaele de Ferrari, è stata costruita tra il 1916 e il 1929: ha quindi ormai un secolo di onorato servizio ed è stata pensata in un quadro marittimo decisamente diverso rispetto a quello attuale. Non è solo un problema di permettere l’accesso alle grandi navi in diverse aree portuali ma primariamente la necessità di fare una nuova diga che traguardi ai prossimi 200 anni: questo si deve fare con una ‘vision’ che ponga meno limiti possibile a un futuro dei traffici che è difficile da interpretare.

Anche del punto di vista della sicurezza l’attuale concezione inizia a mostrare i suoi limiti, con il traffico delle navi e delle piccole imbarcazioni da diporto costretto negli stessi spazi. La nuova diga, poi, oltre a garantire la competitività del vecchio bacino portuale rappresenta il volano per un’ampia serie di opere di terra che renderanno più agevole l’accesso e l’uscita delle merci con una significativa spinta all’intermodalità ferroviaria, tassello decisivo per scaricare il nodo stradale e autostradale dal gigantesco flusso dei camion al servizio del porto. Qualcuno, per un proprio tornaconto, vuole fermare questa rivoluzione? Noi speriamo di no.



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