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Una trentina di anni fa, quando noi dei vecchi giornali di carta avevamo ribattezzato il vecchio triangolo industriale Genova, Milano, Torino come GEMITO, non avevamo sbagliato quella tonalità bassa e lamentosa che la sigla proiettava, tra ironie e sfottò

Per trenta anni l’alleanza storica del Nord Ovest ha lanciato più GEMITI che segnali positivi. I torinesi che, dominati dalla Fiat degli Agnelli, mettevano i bastoni nelle ruote al Terzo Valico perchè avrebbe creato qualche danno al traffico automobilistico sulle autostrade, velocizzando la ferrovia(l’Alta Velocità non esisteva ancora…).

I milanesi avevano ben altro a cui pensare che a Zena, dove l’Iri andava in decomposizione con le sue fabbriche e il porto mandava in scena i suoi monopoli inattaccabili e un regime pubblico negativo per lo sviluppo dei traffici.

 Certo, c’erano stati i Costa, allora in auge come grande famiglia di grandi attività non solo marittime, che avevano avuto l’idea di creare Rivalta Scrivia, un grande centro logistico OltreAppennino, praticamente il “porto secco”, che oggi battezzano in inglese come “dry port”, che fa più figo.

La prima scintilla di una idea veramente proiettata verso utili alleanze con Il Piemonte e la Lombardia.

Poi sono venuti altri tempi, nei quali il GEMITO è diventato almeno come sigla altro, per esempio Limonte, quando Burlando e i presidenti piemontesi immaginavano accordi transregionali, poi è tornato il GEMITO, ma in forma più lumbard-leghista, quando le tre regioni hanno coinciso nel loro regime di governo di centro destra, con la Lega ben piazzata e addirittura estesa al Veneto.

Insomma alla fine era sempre un GEMITO, ma i risultati francamente qua non li vedevamo. Anzi. Senza che lo sapessimo il deterioramento delle nostre infrastrutture aveva cominciato un conto alla rovescia che sarebbe culminato nella più grande tragedia civile del Dopo Guerra con il crollo del ponte Morandi.

Il porto si era privatizzato, grazie a D’Alessandro, Magnani, Prandini e un pugno di manager e armatori coraggiosi, tra i quali Bruno Musso. Un altro gruppo di uomini coraggiosi, tutti genovesi sia chiaro, ancora prima, avevano, nel 1988, rilanciato il Terzo valico, fermo da inizio secolo, fondando Civ e Cociv, progettando un supertreno per Milano da meno di mezz’ora, trovando i primi capitali e disegnando il progetto.

Ma sempre GEMITO era.

 L’arrivo della Seconda Repubblica, il berlusconismo, manageriale e efficiente,  non hanno cambiato quel suono. Sì, erano alla fine incominciati i lavori del Terzo Valico, inaugurato due o tre volte a seconda del colore delle giunte che governavano la Liguria, ma eravamo già in ritardo di anni e anni. E alle inaugurazioni seguivano lunghi stop.

Solo grazie a Gigi Grillo, allora senatore di FI, l’opera chiave fece qualche decisivo passo avanti, con lo scavo delle “finestre” verso Voltaggio e di un chilometro di galleria, che poi fecero decidere al momento giusto che “non si poteva tornare indietro”. Grillo rischiò giudiziariamente le penne per quella decisione, ma tanto si era partiti.

Così, trenta anni e passa dopo tutto questo, quando finalmente a Alessandria si riunisce una grande assise logistica che arriva dopo tanti tentativi  di creare un interporto, quel famoso “porto secco”, traduzione “dry port”, manco fosse un cocktail,  posso tirare un sospiro di sollievo. Non sarà più un GEMITO.

Le sigle sono più moderne, a partire da ZLS ( Zona logistica semplificata), il metodo Genova qualcosa ha insegnato, i miliardi ci sono, il Terzo Valico va avanti, anche se senza il quadruplicamento della linea da Voghera a Milano il suo beneficio sarà limitato.

Dai, non lamentiamoci più e ricacciamo in gola il GEMITO.