
Rileggendo storie, fatti e notizie del passato in preparazione di un nuovo docufilm per Primocanale ho ritrovato sulle pagine una parola che, nel passato appunto, noi giornalisti usavamo ciclicamente. La usavano i politici di allora, democristiani e comunisti, socialisti e liberali, repubblicani e missini: Vocazione.
Che se aprite il Devoto-Oli significa inclinazione, disposizione naturale verso un’arte, una professione, una disciplina, un genere di studi, ecc.. La politica l’ applicava anche alle città. Cioè la vocazione di una città, soprattutto all’inizio di un mandato da sindaco, voleva dire per gli amministratori eletti quale obbiettivi raggiungere e che città “disegnare”.
Genova dagli anni Sessanta in poi, ha vissuto differenti “vocazioni” che a volte hanno determinato importanti cambiamenti, altre hanno registrato pesanti sconfitte.
Gli anni Sessanta e Settanta, anche nelle differenti maggioranze politiche che governavano la città, dal centro al centrosinistra alla sinistra, davano a Genova una vocazione industriale- portuale, seguendo lo sviluppo pesante in tutti i sensi delle Partecipazioni Statali, quindi l’acciaio, il Ponente di fabbriche e raffinerie, una potente classe operaia, questo faceva i conti in tutti i sensi con il ridisegno del grande porto, dopo la stagione elegante dei transatlantici: lo scalo merci, i traffici, armatori e portuali, ecco l’ antica vocazione mercantile-marittima che viaggiava parallelamente con quella di una nuovissima città industriale: altiforni, ciminiere, serbatoi, catene di montaggio. E capitava che si assistesse anche a uno scontro fra città e porto, laddove la città era rappresentata dal Comune, Palazzo Tursi, il porto dal Consorzio (Cap) e Palazzo San Giorgio. Ricordo negli anni del sindaco socialista Fulvio Cerofolini un’ inchiesta che facemmo sul “Secolo XIX” proprio sulla contrapposizione tra le due realtà chiedendoci e chiedendo ai protagonisti se contava di più il sindaco o il presidente del Cap. Ci fu un colto assessore al Bilancio, il comunista cattolico Franco Monteverde che scrisse un provocatorio saggio su Genova città-Stato, prendendo a modello soprattutto la grande città portuale di Amburgo, esempio di “Stadtstaten” con Berlino e Brema dotate di particolari e forti autonomie.
Vennero gli anni Ottanta, con un susseguirsi di boom economici e crisi, anni leggeri e incerti dopo quelli di piombo delle Brigate rosse e quelli delle stragi neofasciste, craxismo e marcia dei quarantamila, pentapartito e cantautori, scioperi e vita notturna. Genova aveva anche voglia di divertirsi, verbo assai raro nel carattere dei genovesi . Erano gli anni in cui il grande tributarista Victor Uckmar raccontava che quando, magari negli Usa, parlava di Genova, il commento incuriosito dei suoi interlocutori era: “Genova? Near Portofino?”. Già. Vicina alla Portofino cantata nel 1959 al Covo da Fred Buscaglione. “I found my love in Portofino/Perché nei sogni credo ancor/Lo strano gioco del destino/A Portofino m′ha preso il cuor”.
Cominciò così una “vocazione turistica”, col recupero del centro storico e alla fine del decennio la rivoluzione architettonica in vista delle Colombiane del 1992 con la ricostruzione del teatro Carlo Felice e il genio di Renzo Piano.
Negli anni Novanta e oltre il Triangolo industriale lega strettamente le città del Nord Ovest, del Terzo Valico già si parlava da tempo, e quindi il sogno di un treno veloce che in 55 minuti avrebbe portato i genovesi nella capitale lombarda era un traguardo reale nelle intenzioni, offrendo al capoluogo ligure diverse “vocazioni”: intanto quella concreta di diventare il grande porto dell’Europa centrale. Poi anche una “vocazione” medico-assistenziale: la città più anziana d’Europa .luogo perfetto per vivere la pensione di lusso con molti confort e la fortuna di avere davanti il mare. Che si contrapponeva alla fuga dei giovani verso offerte di lavoro decisamente più allettanti. Genova resisteva come capitale dei più gettonati studi legali italiani, ma medici e ingegneri già facevano le valigie. Sull’onda ottimista del Supertreno, realizzammo un reportage a Milano chiedendo ai nostri vicini se sarebbero venuti volentieri a Genova in un’ora. Un coro di sì, mare, sole, aria pulita, si mangia anche bene nei caruggi, e poi il pesto lo adoro e Santa Margherita è a un passo. Un grande manager bancario commentò: “Perfetto: potrò andare in barca la mattina e tornare in ufficio a Milano nel pomeriggio”.
I genovesi immaginarono allora una Genova quartiere residenziale dei milanesi, ecco una nova “vocazione”, quindi boom di affitti e vendita di case. Altri più mugugnoni ridacchiarono su una Genova trasformata in un dormitorio, magari di ricchi, ma pur sempre dormitorio.
Con il boom delle crociere il porto ha cambiato parte della sua anima, anche l’immagine esterna con quei colossali palazzi ormeggiati a nascondere la Lanterna e una città davvero vivacissima, piena di gente, finalmente riconosciuta nella sua particolare “vocazione culturale” un misto magnifico tra Medioevo e Rinascimento e quello slogan oggi un po’ stantio della “città da scoprire”. Poi con l’Istituto italiano di tecnologia arriva la scienza internazionale con la S maiuscola e il mondo che scopre Morego e la “Bianchetta”.
Oggi sul porto leggo opinioni spesso contrastanti e a volte preoccupate, il Ponente da un lato giustamente non vuole più fumi letali quelli che scatenarono la clamorosa proteste delle donne (a Cornigliano un’anteprima assoluta poco prima del concerto dei Beatles del 1965!) , l’acciaio si scioglie e si svende, qualcuno ipotizza un ritorno alle Partecipazioni statali, il collegamento con Milano è a dir poco sconfortante su autostrade indecenti, care e pericolose e vagoni lenti o soppressi.
Inventammo durante una puntata di “DestraSinistra” la definizione di “treno velocetto”: che ,va bene, correva per un po’ e poi rallentava o , addirittura, si fermava. Il passo dei Giovi restava come baluardo di una gelosa genovesità e chiusura. Per non parlare dell’aeroporto. Ricordo che per un certo periodo un aereo da 30 posti collegava Genova a Milano da raggiungere così per salire su voli che avrebbero portato a Parigi, Madrid, Monaco di Baviera.
La “vocazione” genovese è stata dimenticata per un po’ di anni, ma è riapparsa energicamente dopo la catastrofe umana del Ponte Morandi. Vocazione alla rinascita, fatti e non parole, collegamenti rapidissimi, addio all’isola chiamata Genova per la quale il senatore Rossi chiedeva inascoltato la “continuità territoriale”, come la Sardegna per esempio. Con Marco Bucci una “vocazione internazionale”, (e dopo la tragedia ci voleva la cura ricostituente) che si concretizzava con progetti di cavi sottomarini, skymetro in Valbisagno dove un tempo cantavano le lavandaie, tunnel subacqueo che spunta a pochi metri dal Waterfront (help!), funivie come quella inaugurata pochi giorni fa…dove? A Parigi, nuova funivia urbana, chiamata Cable C1, la più lunga d'Europa con 4,5 km che collega Créteil a Villeneuve-Saint-Georges, riducendo i tempi di percorrenza da 40 a 18 minuti, e integrandosi col metro.
Ora tocca alla sindaca Silvia Salis dire quale è o sarà prossimamente la “vocazione” di Genova. E il fatto che la sindaca sia ormai un personaggio con caratura nazionale (leggi “Il Fatto” di giovedì) che non vuol dire che nel 2027 andrà a prendere il posto della Schlein o addirittura della Meloni), mi fa essere abbastanza ottimista sul peso che le sue parole potrebbero avere nel dibattito politico. Proprio sull’ annosa questione della città ligure tagliata fuori dal resto del Paese, soprattutto dal Nord Ovest che sta lì, a due passi, aldilà dei Giovi e del Turchino e per noi, invece, è sempre più scomodo e lontano. Ci staranno a sentire seriamente? Non ci prenderanno più in giro?
In somma, ci interessa ancora Milano? E agli amici milanesi interessa ancora Genova col mare, le trofie e la focaccia…dimenticavo: e il porto?
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