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In questi giorni affannosi nei quali incomincia un anno così difficile, osservando la incredibile preparazione alla battaglia per conquistare il Quirinale, mi è spesso venuto in mento Sandro Pertini, l’unico ligure diventato presidente della Repubblica tra gli anni Settanta e Ottanta dell’ultimo secolo. Ci ho pensato non solo perché ho avuto il grande onore di essere stato nella mia lunga carriera anche suo successore alla direzione del “Il Lavoro”.

Ma perché il suo modello di presidenza, così diretto, così poco formale aveva fatto entrare anche un pezzo della nostra terra nelle stanze del Quirinale, dove Pertini si guardava bene dall’abitare. Rimbalzando oggi da un possibile candidato all’altro per quella carica così alta, e mai come oggi così baricentrica nelle emergenze che viviamo, uno come Pertini proprio non lo troviamo. Anzi. Siamo agli antipodi rispetto alla sua figura, se pensiamo o a Draghi, o a Berlusconi o a Amato, il “dottor Sottile”, che con Pertini aveva semmai l’unico comune denominatore della appartenenza socialista.

Superbanchieri, super imprenditori, fini giuristi e qualche mister X da estrarre chissà ancora dove, altro che l’ex partigiano irruente, polemico, abituato a parlare senza nessun formalismo, a cucire il rapporto con la gente in tempi nei quali le istituzioni erano lontane, separate, tra grandi crisi economiche e i terrorismi neri e rossi scatenati.

Poi pensare a Pertini presidente è diventato un esercizio ancor più nostalgico alla notizia della scomparsa di Luisa Forti, una giornalista genovese di grande firma e di forte, e anche scomoda personalità, che era diventata in quegli anni pertiniani l’interlocutrice privilegiata per il vecchio presidente.

Luisa Forti era genovese, scriveva per “Il Secolo XIX”, il giornale ligure di gran lunga più diffuso e seguire Pertini era stato il suo compito, assolto meglio di chiunque altro o altra. Era una ragazza, era della stessa sua terra e ci sapeva fare. Così le notizie che potevano uscire dal grande Sandro nella penna della Forti erano sempre pià precise, più ricche, più documentate, spesso dei veri scoop che facevano soffrire tutta la concorrenza.

Ricordo questo perché non solo siamo in tempo di Quirinale, ma perché quella giornalista merita di essere raccontata bene proprio partendo dal suo feeleng con Pertini. E’ stata una delle prime figure femminili a entrare da vera professionista nella redazione de “Il Secolo XIX”, in tempi nei quali il giornalismo era tutto maschile. E si è affermata di forza grazie alla sua personalità professionale, che all’inizio qualcuno poteva avere messo in discussione, banalmente perché il suo titolo di ingresso  era di essere stata una miss Liguria.

Va ripetuto: è stata una giornalista scomoda. Una sua inchiesta sulla massoneria a Genova e sui suoi gangli aveva messo veramente a soqquadro la città e urtato molti potenti. L’hanno descritta poi anche come una specie di esperta in gossip di famiglie reali o comunque di vip, teste coronate e corti circostanti. Giudizio riduttivo. La Forti, come veniva chiamata ( e temuta), era una professionista completa con il suo carattere anche difficile, ma una fuoriclasse. Ricordo certi suoi pezzi dal terribile terremoto dell’Irpinia che erano dei veri “quadri” tra distruzione, dolore e grandi sentimenti.

Certamente ha avuto anche molti nemici, ma qual è il giornalista rompiscatole che non ne ha?

Forse per questo Sandro Pertini si fidava sopratutto di lei e, seduto a un tavolo del bar Mangini in piazza Corvetto, nella saletta che gli avrebbero intitolato, tra una pipata e l’altra, svelava solo a lei qualche segreto del Quirinale.