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La Sampdoria sta scivolando verso l'ignoto, in campo come nei conti societari, senza che in città la fondata preoccupazione per un club molto amato da molti, un pezzo di storia della città, sconfini dal perimetro del piccolo mondo blucerchiato.

Perfino Francesco Flachi, terzo marcatore di sempre nella storia blucerchiata alle spalle dei soli "gemelli", si appella all'ex presidente Edoardo Garrone (leggi qui) perché si metta una mano sul cuore e riprenda la società, per risanarla e affidarla stavolta a mani degne; appello finora rimasto senza riscontro, al pari del nostro docufilm (guarda qui), mentre la Genova che conta assiste in silenzio al precipitoso involversi della situazione.

Lo scenario è da bar di Guerre Stellari: la squadra in fondo alla classifica, con numeri allarmanti; Lanna, Panconi e il CdA commissariale mandano avanti a fatica la barca, mettendoci la faccia davanti alla piazza e soprattutto davanti alle banche creditrici; un intraprendente personaggio, noto finora per una sequela di scalate a club minori tentate e fallite sempre con lo stesso metodo, ovvero finanziatori stranieri che al dunque - e al culmine di una serie estenuante di rinvii - si dileguano, infaticabile sui social e fra i tifosi presso i quali ha guadagnato altissimo credito, che promette di mettere il club nelle mani di un magnate mediorientale; il Viperetta che manda sempre più intensamente segnali di un imminente rientro in scena, un fuoco di fila cominciato il 5 agosto con gli auguri del club al figlio, proseguito due settimane fa con l'apparizione allo stadio di Pescara corredata di rivendicazione in prima persona plurale dell'affare Delle Monache, culminato nel curioso blitz a Milano dove nelle stesse ore si definiva l'ingaggio di Stankovic.

In questo presepio horror, brilla l'indifferenza che regna nei palazzi delle istituzioni, dove probabilmente la percezione del pericolo arriva ovattata o non viene considerata degna di nota. Non si va oltre le dichiarazioni formali stile atto dovuto, mentre il mondo delle professioni e dell'impresa partorisce la famosa "lettera dei 35", sostanzialmente interpretata come un monito - rigorosamente a costo zero per i firmatari - a un'eventuale nuova proprietà sulla conferma di Lanna alla presidenza.

Il tempo a disposizione si assottiglia, il momento dell'emergenza è sopraggiunto. Eppure la rete di protezione, fondata sulla solenne promessa dell'ex presidente Garrone di un intervento a scongiurare "la morte della Sampdoria", tarda a scattare.

Mai come adesso occorre coniugare nervi saldi e risolutezza. E' tempo che chi ha fatto questo guaio ponga riparo a quello che, nell'interpretazione più benevola, è stato un gravissimo e inescusabile errore di valutazione. Al tempo stesso, il richiamo alle responsabilità deve essere attuato in forme civili e costruttive, senza eccessi che avrebbero il solo effetto - come in passato è già parso accadere - di provocare un ulteriore arrocco con sfumature ritorsive. Per parlare chiaro: non è andando coi fumogeni sotto casa di qualcuno che lo si può indurre a sanare un guasto. E' un risultato che possono ottenere le persone giuste nel modo giusto e con argomenti convincenti.

Otto anni e mezzo fa, la famiglia Garrone-Mondini - mai si sottolineerà a sufficienza il dettaglio dirimente della natura collettiva e non individuale della scelta - aveva tutto il diritto di uscire dalla Sampdoria, dopo averla salvata e condotta a una navigazione tutto sommato onorevole. Ma per rispetto verso se stessa e verso la propria storia e reputazione, ancor prima che verso i tifosi, aveva il dovere di consegnarla in mani adeguate. Non di sbarazzarsene regalandola all'unico che si era presentato. E che unico.

Piuttosto di donarla a un imprenditore di mezzi modesti, con eloquenti trascorsi giudiziari e dai modi sguaiati e imbarazzanti in costante contrasto col Codice Etico varato dagli stessi Garrone-Mondini, avrebbero dovuto recarsi simbolicamente in Comune, a consegnare altrettanto simbolicamente le chiavi della società al sindaco, attivando così l'attenzione di eventuali pretendenti seri e affidabili e nel frattempo garantendo la gestione col motore al minimo. Tutto avevano il diritto di fare, tranne quello che hanno fatto: ovvero un blitz clandestino, unico modo possibile per fare una cosa così, che metteva la piazza di fronte al fatto compiuto.

Per parte nostra, non ci stancheremo di evidenziare quel che è accaduto, quel che è stato fatto, quel che è stato detto, soprattutto la promessa di intervenire fatta nei nostri studi. Ma noi possiamo solo descrivere la realtà, non farla accadere.

Non abbiamo il potere di persuadere qualcuno a mantenere una promessa. C'è qualcuno, tra i palazzi delle istituzioni e quelli delle associazioni imprenditoriali e commerciali, disposto a fare da raccordo tra questa istanza e i soli che - per responsabilità diretta e per esplicita promessa del capofamiglia - sono chiamati a farlo? Una risposta che vale la salvezza della Sampdoria.