politica

L'analisi
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Le polemiche che accompagnano la nomina dei nuovi vertici stanno oscurando la vera rivoluzione che investirà la Finanziaria ligure per lo sviluppo economico, da cui l’acronimo Filse con il quale la società è più comunemente conosciuta. Al netto di ogni discussione, infatti, l’azienda controllata per oltre il 70% dalla Regione Liguria entro il prossimo febbraio dovrebbe cambiare pelle. A imporlo è una serie di norme varate fra il 2010 e il 2015, cominciando dal Testo unico bancario e finendo con le disposizioni di Bankitalia dello scorso giugno. Il tutto per regolamentare l’attività degli operatori di intermediazione finanziaria e la loro iscrizione in un apposito elenco.

Il nuovo sistema introduce la figura dell’operatore di microcredito, esattamente uno dei tanti ruoli fino ad oggi incarnati dalla Filse, attraverso la sua controllata (per oltre il 98%) Ligurcapital. Operativamente continuerà ad essere così, ma in modo più marcato, con quello “sdoppiamento” di cui hanno già parlato sia il governatore Giovanni Toti sia l’assessore ligure allo Sviluppo economico Edoardo Rixi.

Per garantire la presenza sul territorio di un soggetto che svolga in pratica la funzione di una “banca regionale”, l’idea è di affidare il compito a Ligurcapital, concentrando in essa tutte le attività finanziarie e adeguandola ai criteri connessi con i maggiori controlli che verranno svolti da Bankitalia. Primo fra tutti l’iscrizione all’elenco degli intermediari finanziari, che ne farà un operatore accreditato del microcredito. Con l’acquisizione di questo status, secondo la normativa Ligurcapital potrà concedere finanziamenti, di importo contenuto, finalizzati a favorire “l’avvio o l’esercizio di attività di lavoro autonomo o di microimpresa” oppure a sostenere “persone fisiche in condizioni di particolare vulnerabilità economica o sociale”. Il primo si chiama microcredito imprenditoriale, il secondo microcredito sociale.

Questa operazione porterà con sé una modifica rilevante: se Filse poteva agire solo gestendo denari di terzi (in genere i fondi europei e nazionali, più raramente regionali), Ligurcapital, nella sua nuova veste, potrà invece impegnare denaro proprio, fornendo anche garanzie dirette. Ciò significa due cose. Primo: Ligurcapital potrà aprirsi ai privati, siano essi banche, imprenditori, fondi di investimento, operatori finanziari di varia provenienza, riandando un po’ alle origini (era tornata interamente in mano alla Regione dopo la gestione che provocò anche un’inchiesta giudiziaria) e soprattutto raccogliendo risorse non solo pubbliche per svolgere la propria missione. Secondo: poiché Ligurcapital sui finanziamenti potrà fornire garanzie proprie, verrà messo in discussione il ruolo di Rete fidi, laddove le due attività si sovrapporranno.

Da parte sua, Filse manterrà le competenze nella gestione dei fondi europei e di tutte quelle non finanziarie in senso stretto che la Regione Liguria può mettere in campo nel tentativo di creare le condizioni migliori, se non proprio ideali, per favorire lo sviluppo economico, anche con interventi settoriali.

Ora, viste le polemiche esplose intorno alle recenti nomine in Filse – e per quelle a Liguria digitale, la ex Datasiel – vien da chiedersi che cosa accadrà quando si tratterà di scegliere i vertici della “nuova” Ligurcapital. Oggi il suo consiglio è formato da dipendenti della controllante Filse che svolgono gratuitamente questo compito, ma per l’assetto futuro servirà un Cda “vero”, a partire dal presidente e/o amministratore delegato. Il rafforzamento del ruolo nell’erogazione di denaro ne farà anche un veicolo di cattura del consenso e questo è prevedibile che provochi altre battaglie nell’indicazione del management.

Al netto del bla bla che accompagnerà l’intera operazione, l’essenziale sarebbe che al timone venisse chiamata una figura capace di non sottostare a logiche clientelari e di fornire crediti sostenendo i progetti che possono davvero far crescere un’azienda o che, nel caso di nuove attività, riescano poi a camminare sulle proprie gambe. Sarebbe il più semplice e trasparente dei criteri. In Italia, spesso la politica lo rende il più complicato.