"Filmare con il cellulare durante un trauma estremo? Non è cinismo, ma un meccanismo difensivo: mi dissocio, cerco un illusorio senso di padronanza". Così a Primocanale Lucia Sciaretta, psicologa psicoterapeuta dell’età evolutiva operativa presso la Neuropsichiatria infantile Gaslini ed esperta in disturbo post traumatico e in psicopatologia dello sviluppo commentando la strage di Crans-Montana che ha coinvolto in particolari giovanissimi tra i 15 e i 16 anni.
"Nei giovanissimi sopravvissuti c'è uno stato di allarme totale: il sistema nervoso va in una situazione di pericolo totale e si attiva un assetto di difesa istintiva – attacco, fuga o freezing – che, senza terapia, resta bloccato nel trauma, con flashback, incubi, ipervigilanza, disturbi del sonno e alimentari per questo serve un aiuto immediato e competente. È trauma collettivo, poteva accadere a ognuno di noi e riattivato da immagini provoca un trauma secondario. E' urgente ristabilire sicurezza con routine e affetti, poi elaborare. Ai genitori dico: Rivolgetevi a figure professionali, l'aiuto è un'azione di forza contro lo stigma".
Cosa accade nel sistema nervoso e nel cervello di una persona che vive un trauma estremo come quello vissuto da questi giovanissimi?
Il trauma estremo come quello che è stato vissuto comporta uno stato di allarme totale. Il sistema nervoso è come se andasse proprio in una situazione di pericolo totale, quindi si struttura in un assetto di difesa che può prevedere attacco, fuga, freezing ma è tutta una situazione in cui non c'è pensiero, ma ci sono risposte istintive, primitive, proprio per evitare questo trauma. Il problema è che quando non si lavora sul trauma, il sistema nervoso rimane assettato su questo sistema di difesa, di evitamento. Quindi accadono dei sintomi: arrivano dei flashback, dei pensieri intrusivi, delle immagini intrusive dell'esperienza traumatica, possono arrivare anche sotto forma di incubi. Il sistema rimane tutto assettato su un'ipervigilanza, quindi reazioni di allarme, reazioni di ansia, reazioni depressive. In particolare, vista la giovane età, possiamo avere anche tutto un coinvolgimento corporeo: sono ragazzi che possono avere disturbi alimentari, disturbi del sonno – il disturbo del sonno è molto frequente in questi stati. Quindi tutto il sistema è come se rimanesse bloccato nel trauma. Il lavoro terapeutico fondamentale è quello proprio di uscire da questa esperienza traumatica, ristabilendo un senso di sicurezza. Perché quando il sistema nervoso vive un pericolo così importante ha bisogno di ristabilire la sicurezza, e la sicurezza nel nostro sistema si colloca in tutto ciò che è routinario, familiare: la vicinanza delle persone affettive, il riprendere una vita normale. E solo quando la sicurezza è ristabilita si può avvicinare l'elaborazione del trauma attraverso le parole o esperienze corporee. Quindi un'azione che deve essere immediata per evitare che il sistema rimanga bloccato e che ci possano essere conseguenze di lungo periodo.
È un trauma anche collettivo, come spesso accade con tragedie di questa portata, dove le immagini e le notizie continuano a riemergere.
Esattamente, innanzitutto è un trauma collettivo perché è un'esperienza purtroppo che poteva accadere ad ognuno di noi. Quindi quando noi avviciniamo questo evento non possiamo escludere il nostro sistema: non ci fa sentire in sicurezza, perché tutti saremmo potuti essere in quell'esperienza come familiari, come ragazzi. Quindi è un trauma che coinvolge tutti. Essere esposti così alle immagini è anche un riattivatore, perché si parla di trauma secondario: non solo chi lo vive direttamente, ma anche chi subisce il racconto o vede delle immagini può rimanere traumatizzato. Ovviamente il trauma non è solo l'evento, ma è anche proprio il sistema che lo riceve: ognuno di noi, con le proprie specificità, forze, resilienza, può rispondere o meno a un evento traumatico. Il trauma non sta nell'evento solo, ma anche nel sistema che lo riceve. Più noi abbiamo dei sistemi basati sulla sicurezza, più è probabile che possiamo essere protetti. Se noi abbiamo già dei vulnus, delle vulnerabilità, possiamo essere molto più esposti. I ragazzi hanno dei sistemi in evoluzione e quindi al loro interno, anche fisiologicamente, sono più vulnerabili. Quindi parlarne ma soprattutto ristabilire senso di sicurezza, ripeto, è fondamentale: insieme alle immagini ci devono essere delle parole, delle routine, cioè delle esperienze rassicuranti.
Molto si è detto dei cellulari e del fatto che questi ragazzi filmassero durante l'incendio. Cosa può significare, da un punto di vista psicologico, per un ragazzo di 15-16 anni?
Questo è un elemento che viene facilmente frainteso con cinismo, con distacco, ma in realtà è un meccanismo difensivo. Io mi dissocio filmando: è come se cercassi un illusorio senso di padronanza della situazione. Se sto filmando significa che non sono direttamente coinvolto, quindi è una risposta difensiva, ovviamente disfunzionale. Perché in realtà sono dei momenti preziosissimi – l'abbiamo visto, era una situazione che si è sviluppata con una velocità estrema – ma in quel momento le difese mi fanno fare delle cose spesso non sensate, non pensate. Quindi dobbiamo pensare non a un atto di cinismo, ma veramente a un illusorio senso di padronanza, di distacco dalla situazione, quindi di dissociazione emotiva da quello che sta realmente accadendo.
Qual è il consiglio che si sente di dare ai genitori dei ragazzi sopravvissuti o a chi ha ragazzi giovani in casa che hanno visto queste immagini?
Per la collettività, di riuscire a parlarne: quindi di esprimere le emozioni che ci muove questa situazione alla quale stiamo partecipando tutti, quindi di poter parlare delle emozioni che ci muove, della paura, non solo l'aspetto della spettacolarizzazione ma proprio l'aspetto emotivo. Per quanto riguarda i familiari direttamente coinvolti, so che già dei team di psicologi stanno lavorando: è fondamentale rivolgersi a degli aiuti tecnici, perché superare questo tipo di trauma è molto complesso, non è detto che sia possibile farlo con le proprie risorse e basta. Essere guidati da figure professionali è fondamentale. Ricordiamoci sempre che l'aiuto nella salute mentale è un aiuto prezioso: bisogna allontanarci dallo stigma, non è essere più vulnerabili chiedere aiuto psicologico, anzi è proprio un'azione di forza, di consapevolezza.
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