IL COMMENTO

Se n'è andato l'ultimo giorno dell'anno

Il porto di Genova non può disperdere la memoria di uomini come D'Alessandro

di Franco Manzitti

sabato 04 gennaio 2020



Una statua, un busto in marmo sarebbe eccessivo, ma una grande foto di Roberto D'Alessandro dovrebbe trovare spazio a palazzo san Giorgio, nella sede dell'Autorità Portuale di sistema, che ai tempi di questo grande presidente si chiamava Cap. D'Alessandro se ne è andato l'ultimo giorno dell'anno, improvvisamente: aveva 84 anni, ma lo stesso spirito, la stessa voce forte di quando fece la rivoluzione nel porto.

Mi sono molto stupito ai suoi funerali di non incontrare nessuna presenza del porto di oggi, solo qualche dirigente dei suoi tempi, tantissimi amici privati, il popolo di Portofino del quale fu a lungo sindaco e dove viveva “come si vive", diceva lui, "in Paradiso”, in quella casa sul monte, sopra il borgo. Mi sono stupito che non ci fossero a salutarlo per l'ultima volta gli uomini del porto di oggi, che è così nelle sue dinamiche di sviluppo per l'azione che lui intraprese nella seconda metà degli anni Ottanta, mettendo le fondamenta della rivoluzione in banchina e non solo per Genova, ma per tutti i porti italiani. Fu lui a introdurre per la prima volta il concetto base del costo industriale, che doveva essere applicato all'economia portuale, fino ad allora rigidamente statalizzata.

Se qualche anno dopo quell'epoca durissima, ma anche fertilissima, incominciò il processo della privatizzazione, lo di deve alla spallata di D'Alessandro, un manager che era un quarantenne rampante (allora si diceva così) cresciuto alla scuola dell'Italsider, della Pirelli, poi di Publikompass e di Fabbri. Noi cronisti di allora la chiamammo “la rivoluzione dei libri blù”, dal “vangelo”con il quale D'Alessandro e la sua impareggiabile squadra riassunsero l'operazione di trasformazione del porto. In chiesa non c'erano neppure gli uomini che allora contrastarono quella rivoluzione, i camalli della Culmv, i nemici di allora, agli ordini di Paride Batini, il console che ingaggiò con il presidente dei libri blù un duello epico, forse lo scontro più forte e plastico che ci sia stato a Genova nel Dopoguerra, dopo quelli della trasformazione industriale, appunto postbellica.

Il camallo contro il manager, mandato a Genova nientemeno che da Bettino Craxi, il leader socialista allora onnipotente, contro la volontà di Genova stessa, che aveva scelto i suoi cavalli per la presidenza del porto e doveva inghottire il diktat dell'allora presidente del Consiglio. Quello scontro epico portò in piazza i camalli, sulle barricate la città, con la classe politica, quella ampiamente pre Tangentopoli, anche divisa e un po' invidiosa di quel supertecnico che aveva lanciato la sfida della modernizzazione portuale al nocciolo duro del comunismo.

Batini era la raffigurazione più sostanziale e insieme iconografica del lavoratore comunista, sul suo trono, in mezzo alla Sala Chiamata della Culmv a san Benigno, sotto le foto e i quadri di Marx, Lenin e di Guido Rossa, appena giustiziato dalle Brigate Rosse. Si scontravano, ma si stimavano Batini e D'Alessandro, costretti alla fine a dialogare tra loro da un altro gigante come il cardinale-principe Giuseppe Siri. Non so se alla fine qualcuno tra i due poteva essere proclamato vincitore e l'altro sconfitto in quell'epico match, dal quale è scaturita la Genova portuale che oggi, infrastrutture a parte, cavalca i milioni di container. Batini non vinse certo, anzi, ma neppure del tutto D'Alessandro, che nel 1989 lasciò Palazzo san Giorgio.

“Avrei voluto concludere quello che avevo cominciato”, mi aveva confidato in una lunga intervista che Primocanale ha mandato in onda molte volte in questi anni, "ma non mi era stato possibile, allora ho trovato un altro lavoro.” L'altro lavoro non gli diede le stesse soddisfazioni del porto e anzi gli portò spine dolorose, come due arresti nelle inchieste di Tangentopoli, come presidente della Agusta, poi terminate con due totali proscioglimenti.

D'Alessandro ebbe anche il merito di portare per la prima volta il gioco di squadra nella gestione di una grande struttura pubblica, quello che giustamente sbandierano spesso oggi, quasi quaranta anni dopo, Toti e Bucci. Con lui vennero alla ribalta per primi uomini come Fabio Capocaccia, Nedo Andolfo, Mauro Fantoni, Sergio Di Roberto, Filippo Schiaffino, oltre ai quadri del Cap di allora, Sandro Carena, Antonio Orlando e tanti altri che seguirono e che poterono entrare in un Cap diverso dal molok burocratico statale che era prima.

Onore a D'Alessandro che lo smontò quel molok e la preghiera a tutti di non dimenticare perché la memoria del passato è la forza per affrontare le difficoltà di oggi. Che sono grandi, ma non insormontabili come quel grande porto genovese, immobile, senza più navi e con le sirene mute anche a Capodanno nel quale egli sbarcò.

Commenti


I NOSTRI BLOG

Grif House
Samp Place