Cronaca

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Da dietro l'uscio sentiamo in modo distinto le reazioni delle due donne, come una mamma e una figlia che piangono, un pianto sfrenato che avvertiamo dal pianerottolo anche se non lo vediamo
3 minuti e 57 secondi di lettura
di Michele Varì

I cronisti si sono divisi fra il palazzo di giustizia di Genova, per il verdetto, e le campagne di Boves, a Cuneo, dove abita Anna Lucia Cecere, perché pochi scommettono sulla condanna dell'imputata. "Cecere una volta assolta uscirà dal guscio, da casa, e sfogherà la sua felicità davanti a macchine fotografiche e telecamere", ipotizzano i più.

Così alla lettura della sentenza dopo le 17, lì, davanti alla palazzina di due piani di via Piacenza, alla periferia industriale di Chiavari, a provare ad ascoltare in diretta la reazione di Silvana Smaniotto, la mamma di Nada Cella, la vittima di questo cold case italiano, ci siamo solo noi di Primocanale, io e Guido Scaglia, l'operatore chiavarese con la telecamera in mano, arrivati lì in scooter per essere più agili.

Silvana poche ore prima ci aveva aperto la porta di casa pregandoci di non essere inquadrata, "Varì non ho voglia di parlare perché sono stufa..." aveva detto con il filo di voce e ovviamente abbiamo rispettato la richiesta. Io pensavo fosse sola in casa, visto che l'altra figlia, Daniela, vive a Milano e altri familiari sono in tribunale.

Ma quando mi offro di andare a farle la spesa, come faccio d'istinto quando vado a trovare la mia anziana mamma, lei mi svela: "È già andata Antonella...".

Rimango basito, sorpreso, perché la criminologa Antonella Delfino Pesce la sera prima aveva garantito, a questo punto intuisco solo per depistare i giornalisti, che non sarebbe venuta a Genova e in vista della sentenza avrebbe staccato il telefonino lasciando intendere che sarebbe rimasta nella sua Puglia.

Invece eccola che dopo pochi minuti appare alla porta con due sacchetti della spesa per Silvana. Ma quando lei apre l'uscio la sorpresa gliela faccio io: Antonella quando mi vede rimane di sasso.

Con la criminologa però da sempre c'è una stima reciproca e anche un po' di confidenza. Lei ha imparato a conoscermi senza conoscermi, perché, mi ha poi svelato, sapeva della mia esistenza e della mia caparbietà di cronista leggendo più volte il mio, come altri nomi di giornalisti degli anni '90, nei verbali e nelle intercettazioni dei poliziotti che svolsero il mare d'indagini dal tragico 6 maggio 1996 in poi.

Così la criminologa in attesa della sentenza accetta di rilasciare un'intervista in diretta dal soggiorno della mamma di Nada, che invece rimane in disparte e in silenzio, come aveva chiesto. Antonella riassume per sommi capi con la sua solita lucidità la genesi dell'indagine che ha portato alla riapertura del cold case, ma anche le sue aspettative e le sue ansie, risponde anche alle domande che Matteo Angeli e Matteo Cantile pongono dallo studio. Poi però, con l'avvicinarsi dell'ora della sentenza, Antonella con gentilezza, ci mette alla porta.

Io e Guido Scaglia per aspettare le 15 e poi le 17, gli orari in cui si prevede possa pronunciarsi la corte di assise, torniamo in centro.

Alle 12.30 intervistiamo il sindaco di Chiavari Federico Menssuti, poi tentiamo di parlare con un prete, Don Brioni, che potrebbe essere a conoscenza di particolari importanti sull'indagine e su Cecere. Ma il religioso dalla sua casa a Rupinaro al citofono dice di essere molto impegnato e si nega, come immaginavamo.

A quel punto dopo avere caricato le batterie dei cellulari in ufficio, torniamo verso la casa della mamma di Nada.

Sappiamo bene che in caso di assoluzione Silvana avrebbe subito l'ennesimo schiaffo dalla giustizia, l'ennesima beffa dalla vita, come il fallimento delle indagini del '96 con un pm che non ha fatto il pm, come la cocente delusione subita alla riapertura del caso quando una gip ha archiviato senza neppure accorgersi che nessuno aveva chiesto all'imputata dove si trovasse all'ora del delitto.

Se la sentenza scagionerà Cecere, come era nell'aria, pensiamo, Silvana dovrà essere lasciata in pace, perchè è una donna di 85 anni già tanto provata e ha diritto di non essere disturbata dai giornalisti, tanto più se colme noi armati di telecamere.

Noi avremmo voluto entrare in casa subito dopo le 17, per avere le reazioni di Silvana e Antonella dopo la lettura della sentenza. Ma, quando Cusatti annuncia al mondo che Cecere è stata condannata a 24 anni, nessuno ci apre la porta. E però: da dietro l'uscio sentiamo in modo distinto le reazioni delle due donne, come una mamma e una figlia che piangono, un pianto sfrenato che avvertiamo dal pianerottolo anche se non lo vediamo.

Aspettiamo pochi minuti, poi io risuono il campanello esortando Antonella ad aprire.

Subito il silenzio, poi ecco che l'uscio si apre e la criminologa esce, quanto basta per mostrare le sue lacrime liberatorie, "allora c'è ancora la giustizia" dice singhiozzando. Poi esce anche Silvana che non vorrebbe parlare, ma anche lei si lascia sfuggire poche parole, ma importanti: "Finalmente è finita", parole che io, che il giallo di Nada Cella lo seguo e lo evoco dal 6 maggio 1996, aspettavo da trent'anni.

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