Cronaca

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di Michele Varì, Annissa Defilippi
Silvana Smaniotto, mamma di Nada CellaSilvana Smaniotto la mamma di Nada Cella dopo la sentenza
Dopo la sentenza della Corte d’Assise di Genova, che ha condannato Anna Lucia Cecere a 24 anni per l’omicidio e Marco Soracco a 2 anni per favoreggiamento nel delitto di Nada Cella (Chiavari, 6 maggio 1996), Silvana Smaniotto – la madre di Nada – si è affacciata dal portone di casa. Davanti al giornalista di Primocanale Michele Varì, che l’aspettava fuori, ha pronunciato con un filo di voce due parole cariche di trent’anni di dolore: "Finalmente è finita"Quelle poche sillabe hanno rotto un silenzio lunghissimo. Poco prima, all’indomani della lettura del dispositivo in aula, Silvana aveva confidato: "Ora so chi ha ucciso Nada". Quasi tre decenni di attesa, di piste abbandonate e di speranze tradite si sono conclusi – almeno in primo grado – con due condanne pesanti: una per la presunta esecutrice materiale, l’altra per chi avrebbe coperto il delitto.

Un cold case risolto grazie agli indizi

La vera lezione di questo caso, però, va oltre i numeri della pena. In un’epoca in cui tendiamo a credere che solo un DNA schiacciante o un video inequivocabile possano dare certezza, qui la giustizia si è costruita su altro: la coerenza logica, il paziente intreccio di decine di indizi apparentemente deboli. Un bottone trovato sulla scena, una telefonata sospetta, un testimone con la vista limitata, un uomo spaventato che mente sotto pressione, presi uno per uno, potrebbero sembrare fragili, persino insignificanti. Ma quando tutti, senza eccezioni, puntano nella stessa direzione – e non esiste un solo elemento che tiri dall’altra parte – allora la somma di tante piccole debolezze diventa una prova granitica. È quella che in aula si chiama "certezza oltre ogni ragionevole dubbio". Un mosaico imperfetto, ma alla fine irrefutabile. E per Silvana, quel "finalmente" sussurrato è forse il primo vero respiro dopo trent’anni.

La nota del procuratore capo Nicola Piacente

"Si è giunti in data odierna , a circa 30 anni di distanza, ad una sentenza di condanna (a fronte della quale continua in ogni caso a valere il principio della presunzione di non colpevolezza per gli imputati) su di un caso di omicidio risalente al 1996,

Questo grazie alla ricostruzione della relativa dinamica e del movente da parte della collega PM titolare delle indagini e della Squadra Mobile di Genova, cui va il mio sincero apprezzamento per il lavoro svolto e per aver tenacemente creduto nella possibilità di risalire ai responsabili), attraverso

  • una scrupolosa rilettura e rivalutazione degli esiti delle indagini originariamente svolte, che si erano concluse con l’archiviazione del caso,
  • l’analisi dei nuovi elementi addotti dal team che ha patrocinato la madre della vittima, che hanno consentito alla Procura della Repubblica di chiedere e ottenere nell’agosto del 2021 la riapertura delle indagini,
  • la ricerca, individuazione e valorizzazione di nuove prove, mai emerse nel corso delle indagini svolte subito dopo l’omicidio.

Si tratta di nuove prove che integrando il compendio indiziario già esistente hanno condotto alla ricostruzione della dinamica del delitto, alla individuazione della presunta responsabile e del movente, nonchè del presunto favoreggiatore.

Tale risultato è stato ottenuto prescindendo da una prova scientifica (presente agli atti ma di valore “neutro” , visto che le uniche tracce genetiche esaminate e utilizzabili erano quelle della vittima), bensì attraverso la valorizzazione del complessivo compendio di elementi precisi e concordanti raccolti nelle indagini ed evidenziati a dibattimento, dai quali è scaturita, allo stato in primo grado, una affermazione di responsabilità  "oltre ogni ragionevole dubbio". "

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