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di Michele Varì

Perchè il magistrato di allora Filippo Gebbia, ora in pensione, decise di interrompere le indagini e le intercettazioni su Anna Lucia Cecere dopo soli cinque giorni senza neppure chiederle dove era all'ora del delitto e provare a trovare riscontri al suo alibi?

Perchè Gebbia vietò di dirlo ai carabinieri e si guardò bene da svelarlo alla polizia titolare delle indagini, nonostante fosse quello il suo compito, che nella casa dell'indagata i militari avevano trovato cinque bottoni simili o uguali a quello non comune sporco di sangue rinvenuto sotto il corpo di Nada?

Perchè Gebbia quando dopo oltre un anno archivò il principale sospettato del delitto, il commercialista Marco Soracco datore di lavoro della vittima, nel ripercorrere tutte le altre piste accantonate, non riaprì pure quella che conduceva a quella donna?

Perchè Gebbia non approfondì le indagini su Cecere nonostante due telefonata anonime, una ad un avvocato e una alla mamma di Soracco, che indicavano come assassina una certa Anna che abitava poco lontano dal palazzo dell'omicidio?

Perchè Gebbia non approfondì quella pista nonostante ci fossero anche tre testimoni oculari, una donna e il figlio che chiedevano l'elemosina nella zona, e una vicina di casa di Cecere, che avevano indicato proprio in Anna Lucia come possibile assassina?

Cecere forse sarà assolta, forse perchè non ha ucciso lei, o solo perchè dopo trent'anni non è facile fare quello che si poteva e si doveva fare dopo cinque giorni. Ma il dubbio su di lei rimarrà per sempre perchè accertare la verità dopo trent'anni è quasi impossibile.

E dire che mentre oggi Cecere si difende sostenendo, senza la possibilità di essere smentita, che all'ora del delitto era a lavorare a Santa Margherita, nel '96 la sua avvocato di allora, Margherita Pantano, poi deceduta, a un giornalista che chiedeva come mai la sua assistita si trovasse in via Marsala aveva detto parole che di fatto oggi inchioderebbero l'imputata: "La mia assistita ha avuto solo la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato".

Per i familiari di Nada, vittime di un assassino o un'assassina e tradite da pezzi di Stato superficiali che non hanno funzionato, l'unica consolazione arriva dalla nuova indagine aperta nel 2021 grazie a una criminologa capace e senza paura, la barese Antonella Delfino Pesce, una donna testarda che ha permesso di riaprire il caso dopo quasi trent'anni. Familiari consolati e mai abbandonati dall'altro Stato, lo Stato che funziona, la magistrata Gabriella Dotto e l'ispettore di polizia Mino Paoletti, detective che senza risparmiarsi, andando contro i mulini a vento, a volte contro persino i colleghi, scettici di fronte alla nuova ricostruzione del delitto, alla fine hanno regalato a mamma Silvana, alla sorella Daniela, alle nipoti, alle cugine e allo zio di Nada, più di una speranza.

Solo grazie a queste persone oggi mamma Silvana può attendere quasi con serenità la lettura della sentenza, consapevole che condannare l'imputata dopo tanto tempo è difficile, ma ringraziando e a volte quasi rincuorando la Pm, il poliziotto e pure la sua avvocata Sabrina Franzone, per lei un altro sostegno importante: "Solo adesso - ripete da mesi con un filo di voce stanca Silvana, come a parare il colpo per una sentenza che potrebbe farle male - solo adesso posso morire in pace perché almeno ho capito chi può avere ucciso Nada".

L'ultimo pensiero non può che andare a Bruno Cella, il papà di Nada stroncato da un infarto in auto mentre transitava davanti al cimitero del paesino di Alpepiana dove riposa la figlia.

Lui forse aveva già capito subito cosa frenava le indagini: Bruno, come ricorda con affetto e un pizzico di commozione il personale del tribunale di Chiavari, ogni mattina saliva le scale di palazzo di giustizia e andava a sedersi davanti all'ufficio del sostituto procuratore titolare delle indagini, sì, davanti all'ufficio di Filippo Gebbia.
Quel papà, il papà di Nada, rimaneva lì per ore, come una statua e senza dire una parola.

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