
In Iran qualcosa si è incrinato. Non si tratta di un’esplosione improvvisa, né di una protesta episodica destinata a spegnersi. È un movimento carsico, profondo, che attraversa la società iraniana e riaffiora con regolarità sotto la crosta di un potere autoritario che da decenni governa attraverso repressione, paura e controllo morale.
A scendere in strada non sono frange marginali, ma segmenti sempre più ampi della popolazione: donne che rifiutano l’imposizione del velo, giovani che contestano un futuro senza libertà, studenti e lavoratori che non accettano più di vivere in uno Stato che sorveglia i comportamenti privati e punisce il dissenso.
Questa mobilitazione, che mette al centro diritti civili, libertà individuali e autodeterminazione, dovrebbe teoricamente trovare un’eco naturale nei movimenti progressisti occidentali. E invece accade l’opposto: la rivolta iraniana resta ai margini del dibattito pubblico, non genera grandi mobilitazioni, non diventa simbolo globale.
Il contrasto è evidente se si osserva l’intensità con cui una parte della sinistra radicale occidentale ha animato piazze e università per la causa palestinese. Lì slogan, bandiere, hashtag; qui silenzio, cautela, talvolta imbarazzo. Come se la lotta degli iraniani fosse politicamente “scomoda”.
E questo silenzio non è solo astratto o mediatico, ma concreto. Ieri, in piazza, a sostenere il popolo iraniano, la sinistra semplicemente non c’era o c'erano solo pochissimi esponenti a titolo personale. Non si è visto il sindaco Salis sempre attento invece a scendere al fianco dei pro-Pal con tanto di fascia tricolore . Non c’era alcun esponente del Partito Democratico che invece aveva partecipato in buon numero, con il vicesindaco Terrile in testa, alla manifestazione contro la cattura di Maduro mentre negli stessi momenti tanti venezuelani si erano riuniti per fare festa. Un’assenza totale quella di ieri che colpisce e interroga.
Almeno il presidente della Regione Bucci ha affidato all’assessore Ripamonti un intervento pubblico, e tra i presenti si sono notati alcuni esponenti del centrodestra e potevano essercene di più, sicuramente. Una presenza politicamente eterogenea, certo, ma che rende ancora più evidente ciò che mancava: una presa di posizione chiara da parte di chi, almeno a parole, fa dei diritti e delle libertà il proprio orizzonte valoriale.
Eppure il bersaglio della protesta iraniana è uno dei regimi più oppressivi del Medio Oriente: una teocrazia che limita le libertà personali, reprime l’omosessualità, censura arte e cultura, controlla il corpo delle donne come strumento di potere. La richiesta che sale dalle strade iraniane non è un’adesione a modelli stranieri, ma il recupero di una normalità storicamente negata. Prima del 1979 l’Iran era un Paese complesso, contraddittorio, ma laico e aperto, attraversato da una modernità imperfetta ma reale. Quella memoria non è stata cancellata.
Perché allora tanta indifferenza? Una risposta possibile risiede in un antioccidentalismo ideologico che, in alcuni ambienti, ha finito per sostituire ogni criterio etico. I conflitti non vengono più giudicati in base ai valori in gioco — libertà, diritti, autodeterminazione — ma in base a chi si oppone a chi. Se un regime è nemico degli Stati Uniti o di Israele, allora diventa automaticamente meno criticabile, anche quando opprime brutalmente il proprio popolo.
In questa visione distorta, la libertà delle donne iraniane diventa un tema secondario, quasi fastidioso, perché incrina una narrazione geopolitica semplificata. Ma i diritti non sono selettivi. La solidarietà non può essere intermittente. La resistenza non può accendersi solo quando è ideologicamente comoda.
Il silenzio della sinistra, oggi, fa rumore. E stona. Perché non si può pretendere di essere dalla parte degli oppressi solo a giorni alterni.
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