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Rivivere l'indimenticabile emozione di portare la fiaccola olimpica
3 minuti e 50 secondi di lettura
di Franco Manzitti

Ho provato la grande emozione di portare la fiaccola olimpica nel viaggio verso Torino, per le Olimpiadi invernali del 2006. Oggi che il fuoco dei Giochi ha attraversato Genova, nei suoi luoghi simbolo, trasportato dai tedofori, non posso che ricordare quell’immensa, indimenticabile emozione. A me era capitata una frazione molto lontana da Genova, nella Città di Castello, un piccolo gioiello nella campagna umbra, un luogo incantato, stretto tra le sue mura e le sue chiese.

Già arrivare a impugnare la fiaccola spenta, in attesa che la staffetta precedente ti raggiungesse, era stato una emozione forte, perché la preparazione perfetta, l’organizzazione minuziosa, dalla divisa olimpica da indossare, dai guanti bianchi con i cerchi olimpici, alla tuta con i colori giusti, ti faceva capire che stavi diventando anche tu un protagonista delle Olimpiadi, stavi entrando nel cerchio magico.

Poi la fiaccola da tenere alta sulla testa, pronta per ricevere il fuoco, che stava viaggiando da Atene verso Torino, frazione dopo frazione, metro dopo metro e che stava per arrivare a te, era diventata veramente uno strumento fantastico.

Bisogna capire che veder arrivare quel fuoco, che deve accendere la tua fiaccola, in testa a una folla di atleti di contorno, di troupe televisive che seguono, in un percorso circondato da una folla che canta, che si entusiasma, è un momento unico.

Ricordo bene come la mia fiaccola si era accesa, al contatto di quella dello staffettista che mi aveva preceduto e come ero partito cercando una falcata degna delle Olimpiadi per i due chilometri della mia tratta.

Mi scortavano due runners perfetti, la garanzia che non sbagliassi nulla. Correvo tra due ali di folla festante, esaltata, e cercavo di tenere la fiaccola sempre più alta, per mostrarla mentre i miei piedi battevano l’acciottolato meraviglioso di quella pista tra le mura antiche.

A un certo punto mi ero accorto che da una staccionata una folla di bambini piccoli mi guardava, urlando, alzando le braccia.

Allora mi era venuto istintivo di fermarmi, di inginocchiarmi, tenendo ben alta la fiaccola, come in segno di saluto, di rispetto, tra lo spavento dei runners e il delirio del pubblico, che poteva guardare meglio il fuoco di Olimpia per qualche secondo fermo davanti ai loro occhi.

Più avanti un gruppo di anziani si toglieva il cappello e si inchinava con una luce negli occhi che non dimenticherò. Riconoscevano il segno di quel fuoco che vuol dire pace, amicizia tra i popoli, che li lega indissolubilmente e lo salutavano come potevano, in quel paese fantastico, isolato in mezza all’Italia, che il fuoco aveva raggiunto, segnato e che mai avrebbe dimenticato quella giornata.

Volavo, correvo e non avrei mai smesso e non avrei mai ceduto a nessuno quella fiaccola, quel fuoco, con le ali ai piedi, per l’onore di trasportare le Olimpiadi verso la loro nuova celebrazione.

Ma vedevo già la staffetta che mi aspettava in fondo a un rettilineo, un altro teodoforo come me, emozionato come me, con gli occhi luccicanti e l’ansia di ricevere il fuoco e capivo.

Capivo il grande messaggio di questo viaggio, che si ripete ogni quattro anni e attraversa il mondo e tu offri il tuo piccolo grande contributo e quello a cui cedi il tuo fuoco è come un fratello, che ti aspetta.

E senti di fare parte di una piccola, grande famiglia, di un legame eccezionale che hai avuto la fortuna di vivere e non capiterà più. Allora gli ultimi metri sono leggeri, mentre rallenti il passo. La fiaccola che attende il tuo fuoco è già pronta, basta avvicinare la tua e il fuoco passa.

Allora è lui a partire con lo spirito che hai appena vissuto. Tu resti al bordo della strada con la tua fiaccola spenta, ma la tieni ancora in alto, come se il fuoco ci fosse ancora, perché la gente applaude, ti saluta, ti manda baci.

E la scia che corre dietro al fuoco sta per sparire laggiù, più avanti. Un piccolo passo verso il grande braciere che si accenderà con l’ultimo staffettista, certamente uno famoso, magari un grande atleta, più celebre di te che hai solo portato un pezzo, un pezzettino a questo percorso.

E così resti qualche minuto fermo da solo, stringendo la fiaccola spenta in mezzo alla strada. Ma ecco che arriva la carovana degli altri staffettisti che ti hanno preceduto e ti caricano al volo su un pullman dove siete tutti in perfetta divisa olimpica.

Fino a ieri non ne conoscevi uno di loro. Ora siamo diventati come fratelli e ci chiamiamo per nome e non ci dimenticheremo mai di questa corsa, di questa fiaccola, da cui non vorremmo separarci mai. Indimenticabile.

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