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Credevo di aver avuto, una volta tanto, una buona idea proponendo l'intitolazione a Paolo Villaggio della pista ciclabile di corso Italia, con una cerimonia che avrebbe potuto avere come padrino Peter Sagan, campione del mondo per tre volte consecutive e anch'egli ammiratore dell'attore e scrittore genovese (leggi qui).

Avevo avuto anche rassicuranti riscontri in Comune, il soggetto che avrà il diritto e il dovere di decidere. Poi mi sono scoperto non solo senza nome e senza azienda di appartenenza, ma pure tacciato in maniera indiretta di voler buttare in barzelletta una questione tremendamente seria. Questo almeno risultava dai comunicati diffusi da un paio di associazioni, nei quali al nome di Villaggio veniva contrapposto quello di due ciclisti vittime della strada: il grande indimenticabile professionista Michele Scarponi e il signor Rocco Rinaldi, travolto proprio in corso Italia sette anni fa.

Serve a questo punto una digressione necessaria. Vado in bicicletta da corsa da quando facevo le medie, per quanto mi abbiano permesso e mi permettano studio e professione, e non ho mai smesso. Lasciare Sestri Levante, dove sono nato, per Genova, dove vivo e lavoro, ha ridotto l'ambito di praticabilità del mio sport preferito, ma anche oggi, alle soglie dello sconto del mercoledì al supermercato, resto un cicloamatore tenace. Per scrivere questo commento ho infatti cambiato l'immagine del profilo, affinché si capisca insomma che il mio punto di vista non è quello di uno dei purtroppo tanti antipatizzanti: quelli che detestano i ciclisti perché stanno affiancati, occupano la corsia eccetera. Andare in bici è tra le cose più belle del mondo e vorrei poterlo fare preoccupandomi solo della fatica.

Io vorrei poter andare in bicicletta dalla casa di città a quella lasciata al paese, ma la vera impresa è uscire dal centro di Genova per arrivare, tra semafori e traffico, al bivio di Capolungo dove la vecchia Aurelia risgorga nella nuova. Impresa più faticosa della Ruta. Perciò la ciclabile di corso Italia, per quanto popolata di tricicli, corridori a piedi, monopattini e bambini, è una bella alternativa all'itinerario corso Buenos Aires - via Pozzo - via Albaro - via Caprera.

Quindi non è che volessi intitolarla a Villaggio per spregio verso la mia stessa categoria, ovvero quella delle persone che ogni volta che scendono in strada sperano che Dio gliela mandi buona, malgrado il fanale rosso posteriore e la maglia e le calze e la salopette fluorescenti. Proprio quest'estate, non molti giorni dopo essermi preso la poc'anzi citata botta di insensibile ai problemi dei ciclisti, a Nervi mentre andavo in bici sono stato stretto contro il muretto destro di viale Franchini, in cima alla salita quasi all'altezza della Chiesa Plebana, da un deficiente su un Suv BMW nero che proprio non poteva aspettare quei tre-quattro secondi necessari per permettermi di scollinare. Risultato del sorpasso: io buttato contro il muretto, gamba destra escoriata altezza ginocchio, capsula del freno destro della mia "Pina" (non c'entra Villaggio, è il diminutivo della casa costruttrice) da buttare. E mi è andata bene così. Come altre volte.

Figuriamoci insomma se non mi sta a cuore la sicurezza dei ciclisti, che appunto è anche la mia. Solo che dubito che la si possa raggiungere o anche solo avvicinare con un'intitolazione severa e ammonitrice, evocativa di due tragedie, di un tratto pedalabile. Forse sarebbe stato meglio, continuo a pensare, farsi un po' di buonumore pensando (anche) a Villaggio-Fantozzi impegnato nella Coppa Cobram, la vita è così piccola e fragile che non bisogna sprecare le occasioni per sorridere; altri pensano che la vita sia sempre e comunque lezione severa, impartita da chi sa a chi non sa, e che quindi sia meglio ricordare due vittime, così gli automobilisti diventeranno tutti buoni e smetteranno - cosa che purtroppo succede - di esultare su Facebook ogni volta che un ciclista viene investito. Perciò, di fronte alla doverosa memoria di due vittime mi alzo in piedi e mi chiamo fuori.

Peccato, a me sembrava e anzi tuttora sembra una bella occasione per Genova ricordare uno dei suoi figli più illustri e popolari del secondo Novecento, in un modo simpatico, in un sito adeguato e con la partecipazione di un personaggio di livello mondiale. Per esempio a Roma, a pochi passi da Palazzo Chigi e Montecitorio, nel cuore della città e quindi d'Italia e d'Europa, la galleria monumentale è intitolata ad Alberto Sordi. Incidentalmente ricordo che la mia proposta era pertinente non tanto per la Coppa Cobram, peraltro una delle scene più famose della storia del cinema italiano, quanto perché Villaggio in corso Italia aveva vissuto con la famiglia. E credo tuttora che pochi, di là dai veglioni del maestro Canello e appunto dalle Coppe Cobram, abbiano capito chi fosse davvero Villaggio, un intellettuale di profondità tuttora inesplorata. Lo aveva capito per esempio Fellini (nella foto, i due con Benigni), ma fa lo stesso, qui non importa.

Prendendo atto delle proposte alternative, non posso rilevare alcune cose.

La prima, appunto, è il modo volutamente ruvido con cui si è posta una obiezione e un'alternativa alla mia proposta. Il comunicato delle due associazioni così si apre: "Recentemente è stata pubblicata una proposta di un giornalista di una TV locale". Scrivere "Stefano Rissetto di Primocanale", domando a chi ha redatto il comunicato, era disdicevole? Io e la mia azienda siamo impronunciabili? Oppure scegliere di non nominare nemmeno il reprobo, come mi è parso, è un modo per evidenziare il disprezzo verso chi l'ha detta tanto grossa da non meritare nemmeno di essere nominato, pur avendo innescato tanta controffensiva?

La seconda è tutto sommato un perfetto riassunto di come funziona Genova. Ovvero: non si fa niente, fino a quando qualcuno non prova a fare qualcosa e allora gli altri si svegliano, prima di tutto per fermarlo e poi eventualmente per far qualcosa loro. La ciclabile era stata approvata da anni, è stata in costruzione per mesi; ma in tutto questo tempo solo io ho fatto una proposta, condivisibile o meno che fosse. Se non l'avessi fatta, mi vien da pensare, la pista sarebbe rimasta anonima come tutte le altre. Ne sono state aperte svariate in città, dal giorno della scomparsa dei due personaggi indicati in alternativa a Villaggio: perché in tutti questi anni, quando il tracciato di corso Italia non era neppure un'ipotesi, non si è pensato a ricordarli altrimenti?

Pazienza. Se Dio vorrà, da buon soldatino del ciclismo interverrò sicuramente alla cerimonia di intitolazione della pista di corso Italia, entrambi i nomi alternativi sono lodevoli. Resto convinto di quanto la mia proposta fosse bella e importante, ma di fronte alle raccolte di firme e alle mobilitazioni io sono come Troisi nella libreria: "Voi libri siete tanti e io sono solo". Lo stesso Troisi che in un altro film, di fronte al "Memento mori", rispondeva "Mo' me lo segno".

Un'ultima cosa. Dopo aver rilevato la condotta poco elegante di chi nemmeno ha fatto lo sforzo di riconoscere me e la mia azienda come interlocutori, non posso ignorare un signore, oltretutto esponente delle istituzioni, che, intervenendo per rafforzare la proposta alternativa alla mia e annunciando un relativo atto politico, solennemente sentenziava a mezzo stampa "su questa cosa andrò avanti come un caterpillar". Cioè: travolgerò e metterò sotto chiunque provi a opporsi. Era una metafora, certo; forse però non la più adatta in tema di difesa delle vittime della strada. Per definirla ci vorrebbe, appunto, Villaggio.