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Il mio rapporto con Salone nautico di Genova è iniziato quando ero bambina: mio papà lavorava per una azienda del settore nautico quindi ad un certo punto dell’anno indossava una camicia bianca a maniche corte con un simbolo azzurro sul lato sinistro, all’altezza del cuore. Voleva dire che era iniziato il Salone e che lui sarebbe dovuto andare a Genova dalla mattina alla sera per qualche giorno e non sarebbe venuto a pranzare a casa come di consueto. Un giorno di questi, poi, con mia mamma e mia sorella prendevamo il treno e andavamo, non senza un po’ di imbarazzo,  a trovarlo nello stand, con i biglietti omaggio della ditta. Era una cosa emozionante, io, bambina di provincia, a contatto con quella fiera così grande e tutte quelle barche bellissime. Per lui, lo capivo addirittura io, invece era una sfacchinata.

 Qualche anno dopo mi sono ritrovata al Salone nautico da… standista! Il mio adorato zio aveva una azienda del settore nautico e quando c’era il Salone mi chiedeva se volevo andare ad aiutarlo: visto con il senno di ora capisco che mi faceva un favore, per farmi guadagnare qualcosa, perché certamente non ero in grado di portare tanto aiuto. Ricordo che ci si dava appuntamento con lui  e mia cugina che mi passavano a prendere in auto vicino alla “fabbrica”. Mia cugina, che ha qualche anno più di me, era bellissima, elegante per l’occasione, io mi sentivo un brutto anatroccolo. Si faceva coda in autostrada, coda in città, camminata pazzesca dal posteggio allo stand e lì, ore di paranoia, a dover parlare inglese con chi lo sapeva parlare bene (il mio era scolastico e nulla di più), a dovermi confrontare per la prima volta con verricelli, passerelle,  e altri pezzi mai sentiti nominare prima di allora. Ad un certo punto passava un codazzo di gente, mio zio si metteva sull’attenti, ora posso credere che fossero le autorità il giorno dell’inaugurazione. Mi è rimasta impressa in particolare una coppia di turchi che veniva e portava in dono i turkish backava: mi sembra ancora di ricordare il gusto dolcissimo, misto di miele, di questi dolci e ogni volta che ne sento parlare penso al Salone.

 Chi l’avrebbe mai immaginato che un giorno ci sarei tornata da giornalista, il mio sogno infantile. E invece così è stato, anni e anni di inaugurazioni, chilometri e chilometri percorsi nella Fiera che cambiava pelle, passando i momenti migliori e quelli peggiori, come l’epoca del  Covid, o quando qualcuno ebbe la tentazione di non farlo più, il Salone, a Genova. Oggi è più bello che mai e più ricco che mai. Fra due anni, se il cielo vorrà, lo vedrò nella veste completa disegnata da Renzo Piano, con il nuovo waterfront, i canali, gli alberi, e sarà una grande emozione pensando a quando invece c’erano gli studenti di ingegneria o le piante di non so che cosa.

Ora devo andare. Devo scegliere i vestiti per il giorno dell’inaugurazione, con il solito punto interrogativo, sarà freddo, sarà caldo, fine settembre, mattine gelate, sole bollente all’ora di pranzo. E vorrei tanto re incontrarli, quei due bei turchi, e riassaggiare il turkish baklava