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GENOVA - Massimo, pescatore italiano disoccupato, sale sul ponte monumentale minacciando di gettarsi nel vuoto: perchè è senza lavoro, rischia di perdere la casa per morosità e la moglie è molto malata.

Chiede aiuto, reclama almeno il reddito di cittadinanza, che dice essergli stato negato per chissà quale motivo visto che lui che non ha niente.

Quando i pompieri grazie all'autoscala lo raggiungono lassù, ad una decina di metri di altezza, su una rete anticalcinacci sotto le volte del ponte Monumentale, dove lui ballonzola pericolosamente, fa il mio nome: "io parlo con il giornalista Michele Varì" grida disperato.

Ci conosciamo, io e Massimo, perché già in passato lui è salito su una gru per chiedere una casa e da allora siamo diventati quasi amici. Ogni tanto un caffè, due parole alla Darsena, il suo mondo da sempre.

In passato l'ho visto persino tranquillo, non sereno, con casa e lavoro, il suo lavoro di pescatore a bordo di un peschereccio, ma di recente con la perdita del posto e dello stipendio è ripiombato nel buio che l'ha accompagnato per una vita e sembra non abbandonarlo mai.
 
Era di nuovo in fase down Massimo, "non lavoro più e rischio lo sfratto per morosità" mi aveva detto pochi giorni prima, lasciando presagire un suo ennesimo colpo di testa.



Così - fatalmente, come un appuntamento fissato dal destino - ci rincontriamo alle 21 di sera dal ponte Monumentale in una via XX Settembre piena di passanti, per buona parte avvilenti giovanissimi aspiranti "videomaker" in cerca del video che spacca, blindati, mezzi di pompieri, polizia locale e carabinieri: lui, Massimo, sopra la rete, confuso, io sotto la rete, fuori posto, convocato lì sbrigativamente da vigili del fuoco e carabinieri con una telefonata che mi ha raggiunto quando stavo per iniziare a cenare, "venga a parlargli lei, forse riesce a convincerlo a scendere...".

Mi sono rimesso le scarpe, ho preso la Vespa, e dopo avere bruciato qualche rosso sono arrivato lì in pochi minuti.

Massimo, come immaginavo, pur non indifferente alla mia presenza e alla mia prolungata invocazione di scendere gracchiata con il microfono dell'autoscala dei pompieri, non ubbidisce: non ne vuole sapere di scendere.

Pompieri, carabinieri e medici del 118 ci provano in tutti i modi, io tento anche di metterlo in contatto via cellulare con la moglie, ma niente.

Quello che salta all'occhio lì è però l'assenza dei professionisti delle emergenze: non dico un negoziatore, come vediamo solo nei film americani, ma almeno uno straccio di assistente sociale, un assessore, perché Massimo ora ha bisogno di rassicurazioni, di gente che possa dire, "stia tranquillo ci occuperemo noi di te".

Ma niente, intorno a lui ci sono solo professionisti "operativi", che più che alle parole si affidano all'azione: pompieri, carabinieri, medici e infermieri del 118, e pure il cronista, che queste storie di solito le deve raccontare, non sbrogliare.

Il tentativo più goffo, e forse geniale, è quello dei pompieri che rovistando fra i curiosi arruolano un passante in giacca e camicia spacciandolo un assessore, per rassicurare visivamente Massimo: che, però, alla fine scende dalla rete semplicemente perché sfinito.

Scende e finisce con un trattamento sanitario al pronto soccorso dell'ospedale Galliera: a notte fonda sarà di nuovo nella sua casa di via Prè con la moglie malata e tutti i suoi problemi, irrisolti.

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