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Uno dei temi che scalda la campagna elettorale riguarda le grandi aziende italiane. Dice Giorgia Meloni: "Facciamo come Macron, che puntualmente ferma le nostre imprese". In effetti, la storia insegna che quando abbiamo tentato di mettere le mani su aziende straniere, per la verità siano esse francesi (il riferimento a Macron), tedesche o spagnole, puntualmente siamo stati respinti con perdite. Non egualmente si può dire nella direzione contraria, nel senso che importanti gruppi esteri sono arrivati in Italia e hanno potuto fare shopping indisturbati. A volte, addirittura, sono stati stesi loro dei tappeti rossi...

Ora, l'affermazione della leader di Fratelli d'Italia merita alcune puntualizzazioni, ma certo sarebbe colpevole - ribadisco: colpevole - liquidarla come la solita ansia autarchica della Destra. Le puntualizzazioni sono essenzialmente due. Primo: a fronte del mantenimento dell'italianità delle imprese, è necessario che i servizi o i prodotti venduti tengano ben presente i diritti dei consumatori (anche quando si tratta dello Stato medesimo) e quindi siano di qualità assoluta al miglior prezzo. Secondo: la cura dei bilanci deve essere maniacale, non tagliando il necessario ma riducendo i costi superflui o quelli esagerati per i manager (leggasi retribuzioni, comprensive di benefit vari e stock option).

Detto ciò, ed entrambe le cose non sono affatto impossibili, non mi sento assolutamente di dare torto a Meloni. E se c'è un po' di onestà intellettuale e non si è guidati dal settarismo della campagna elettorale, basta interpellare un qualsiasi manager, di azienda pubblica o privata, per averne la riprova. Tutti coloro che frequentano questo mondo sanno perfettamente che c'è una primissima domanda formulata dal potenziale acquirente quando gli viene sottoposto un prodotto: "Scusi, lei nel suo Paese quanto vende di questa cosa?".

Se parliamo di aziende come Leonardo, Fincantieri e via elencando, cioè di imprese a maggioranza pubblica, la domanda è ancora più penetrante: "Il suo governo quanti ne ha presi di elicotteri?". Oppure di navi militari, di servizi telefonici per la sicurezza e la protezione civile, di meccanismi per l'automazione industriale, di treni, di aerei e via elencando.

Ma la cosa vale praticamente per tutto. Qualcuno ricorderà la polemica nata anni or sono per il fatto che i nostri ministri giravano con auto blu straniere e non con prodotti italiani, leggi Fiat: non era un improvviso amore per gli Agnelli (che, peraltro, non si sono certo preoccupati di restare italiani...). Se tutto ciò è vero, che credibilità può avere un Paese i cui manager, pubblici o privati, devono dire: "Non siamo italiani...".

Questo vale dal lato delle aziende. Se, invece, consideriamo il sistema Paese, allora peggio mi sento. Ci sono imprese, l'ultimo caso è quello della genovese Ansaldo Energia, che sono strategiche perché operano in settori strategici. La maggioranza della società è in mano a Cassa depositi, cioè allo Stato. La soluzione non può essere quella di vendere (prima o poi qualche anima candida salterà fuori a sostenerlo!...), bensì quella di tenere duro e metterci i soldi necessari per superare la fase in cui (nello specifico, se vogliamo parlare di transizione ecologica) le imprese producono perdite, non ricavi. È normale, non salvataggio di aziende decotte!

Di sicuro l'esperienza deve insegnarci qualcosa. Finmeccanica (oggi Leonardo) era una conglomerata arrivata a oltre venti miliardi di fatturato all'anno, attiva in molti settori e autentica spina nel fianco dei competitori mondiali. Noi siamo stati così intelligenti che di fatto l'abbiamo smembrata, cedendo molti dei suoi asset. Qualcuno si è domandato perché quando è successo la britannica Bae Systems, le francesi Alstom e Thales e la tedesca Siemens hanno stappato lo champagne? Magari non ci hanno messo le mani sopra, a certe aziende. Ma averle viste migrare, magari in Giappone, è bastato e avanzato per indebolire Finmeccanica.

Peccato che Finmeccanica significasse Italia. E allora, se usciamo dalla logica propagandistica della campagna elettorale, bisogna riconoscere che l'italianità di certe aziende soprattutto è un valore di "necessità". O aspiriamo a star fuori da settori strategici, come l'energia, i trasporti, la siderurgia, l'innovazione tecnologica, l'ambiente e quant'altro? Quando hai di fronte un'azienda Usa, nessuno si preoccupa se essa abbia sede in Nevada, Colorado o Arkansas (cito proprio a caso). Ma in Europa no, non funziona in questo modo. Se stai in Fracia, Germania, Spagna o Italia ha ancora un peso enorme.

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