Cronaca

3 minuti e 43 secondi di lettura

Da alcuni mesi frequento il complesso domenicano di Santa Maria di Castello, dove un gruppo di volontari ( tra cui molti laici ) ha organizzato un presidio che consente di tenere aperta al pubblico la chiesa e i suoi tesori , sconosciuti alla maggior parte dei genovesi: tra questi lo straordinario ‘Paradiso’ di quel Ludovico Brea salito agli onori della cronaca non per il valore estetico, ma per quello venale della sua ‘Ascensione’.

La confidenza con quel luogo non smette di emozionarmi: ma ogni mercoledì mattina, quando mi incammino verso la Salita al Castello, è soprattutto l’idea di traversare il centro storico a rendere lieve e piacevole l’incombenza.

Via San Bernardo si risveglia. Studenti di architettura diretti alle lezioni,donne col velo che spingono il carrozzino, serrande che si alzano, anziani intenti al rito della spesa, cani curiosi in cerca di avventure olfattive. L’altro giorno, prima delle nove, persino una pattuglia ‘mista’ di due alpini e un carabiniere, intento a corteggiare l’alpina dal treccino biondo che spuntava dal cappello.

Un altro luogo, un altro mondo rispetto a quello da cui il questore di Genova ci invita a stare alla larga, almeno di sera, perché troppo pericoloso e impossibile da controllare.

“ Meglio andare a dormire” , raccomanda il questore ai cittadini benpensanti, convinto – dentro di sé – che il migliore dei mondi possibili sarebbe quello in cui proprio tutti, a una certa ora, se ne andassero a dormire.

Gli alpini alle nove del mattino, il deserto della sicurezza a mezzanotte di venerdì . Curiosa visione dell’ordine pubblico. Intanto i ragazzi ( gli imprudenti !) vengono minacciati, rapinati, accoltellati. Anziani e donne sono costretti a pagare pedaggi in posti di blocco improvvisati ( non dalle forze dell’ordine ma da quelle della malavita). Le telecamere scrutano i vicoli: riprendono spacciatori noti, difficili da cogliere sul fatto e persino da arrestare senza dover chiamare rinforzi, che risultano non disponibili.

Dal sagrato di Santa Maria di Castello si può osservare la faccia mite di questa parte della città abbandonata a se stessa. L’ex finanziere Peppino che si siede in piazza ogni mattina ( quando c’è il sole ) ; il Priore che torna con i sacchetti della spesa fatta al supermercato; il professore universitario che si avvia, zaino in spalla, a una camminata sulle alture;gli extra comunitari in cerca del parroco.

Pochi i turisti: quasi tutti stranieri. Rare le scolaresche. Nessun genovese, se non perché ha trovato chiuso un ufficio pubblico o è in anticipo su un appuntamento. Il problema più sentito – quello che divide i pochi residenti – è il traffico. C’è – pensate – chi non sopporta che macchine e scooter si arrampichino sin quassù.

Come conciliare questo volto mite e civile col volto criminale davanti al quale il questore alza le braccia dichiarandosi impotente e raccomandando ai nostri ragazzi di ‘ non andarsela a cercare’?

Anche noi cittadini pensiamo spesso di risolvere il problema affidandoci all’ordine pubblico, alla polizia, alle (inutili) esortazioni ai nostri figli a girare alla larga da quei luoghi .

Ma non è nostra anche questa parte della città? Per quale ragione così pochi genovesi arrivano in cima alla salita al Castello, non solo per ammirare il ‘Paradiso’ del Brea, ma per godere del centro storico, così vivo nonostante tutto (molto più di altre parti ’nobili’ della città) difendendolo con la propria presenza, con l’esserci e col viverlo , anziché condannandolo alla segregazione col girarne alla larga?

L’esperienza di Santa Maria di Castello e dei suoi volontari meriterebbe non solo di essere conosciuta ( che sarebbe già un risultato ) ma di essere imitata, attraverso forme di ‘presidio’ volontario. Altro che ronde. Molte realtà del centro storico riservano meraviglie non inferiori, spesso precluse al pubblico dalla rara o assente segnaletica, da orari impossibili e mancanza di personale. Anche in questo caso – curiosamente – la risposta delle amministrazioni responsabili consiste, non appena se ne diano l’occasione o il pretesto, nel precludere l’accesso al bene ‘culturale’, ma proprio per questo custodito gelosamente : nel ripetere, come raccomanda il questore, ‘statevene a casa’.

C’è sempre, a casa, la televisione che vi aspetta con le televendite e i programmi di cucina.

*Magistrato e Scrittore