cronaca

Se in tempo di Covid-pandemia un sonoro “Etcìì!” manda in tilt la nostra vita
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Grande negozio, ore 16. Movimento, ma senza affollamento. I clienti osservano gli scaffali, mentre qualcuno fa già una corta fila alla cassa. Il parlottio è sommesso. Ad un tratto, questo lievissimo brusio viene squarciato da un fragoroso starnuto, quell’Etcìììì!!! che fino a qualche mese fa non ci avrebbe mosso un capello rado sulla testa, né fatto battere una palpebra appassita.

L’Etcììì!!! non è nemmeno troppo pesante. Ma lo scoppio suscita un’ immediata reazione fra gli astanti, densa di panico, che rapidamente si trasforma in allarme e attenzione. I pochi davanti alla cassa repentinamente, con un gesto così automatico da sembrare naturale, portano qualcosa davanti alla bocca e alle narici. Non una mano, troppo piccola e indifesa, troppo penetrabile, troppo vulnerabile. L’interno del gomito, piegato a V sulle labbra e le narici va meglio. C’è chi alza addirittura la maglia sul volto. Ma tutti i volti sono già coperti per l’80 per cento dalle mascherine e sono quasi tutte mascherine ffP2, bianche e spesse, alle quali ci siamo abituati. Eppure, istantaneamente , pochi attimi dopo lo starnuto, ci ripariamo nonostante le nostre brave mascherine al posto giusto.

Gli occhi severi, indagatori, minacciosi, gli sguardi inquisitori cercano il responsabile. Eccolo! E’ lui il protagonista dell’Etcìììì!. Ecco il colpevole, il sicuro diffusore di goccioline virali che si sono già diffuse nell’aria viziata del locale chiuso, sparpagliandosi tra i prodotti freschi, le confezioni, i barattoli, le maionnesi e le senapi, le capsule di compatibili nespresso e le rosee chianine plastificate, invadendo l’emporio e certamente raggiungendo tutti gli orifizi disponibili dei presenti. Le mascherine? Chissà…le goccioline potrebbero essere tutte di origine Delta, quindi non mosce come quelle primordiali, dell’inizio 2020, ma le ultime, perfide, temprate a vaccini e altro e, quindi, imbattibili. Magari se poi, per caso, c’è tra i piedi un novax da lui si troveranno meglio, ragiona ardentemente un frequentatore del locale con scarso spirito cristiano.

L’Etcììì! é uscito di là, làggiù, lo vede signora? No, non quella giovane donna che sta spingendo un carrello straripante di pannolini. No. E nemmeno l’altra signora che le sta vicina, di una certa età, con una mascherina enorme che le fascia le guance e il naso come un busto. E così le goccioline di coronavirus vive, vivissime, i micidiali droplets come li chiamano i Padri Virologi, sono state emesse e viaggiano nell’aere….

Il bimbetto in passeggino? Lui? Quel frastornante starnuto è uscito dalle narici tenere di quel piccino che avrà sì e no otto, nove mesi? E’ lui il colpevole! Droplets di neonato, droplets di bimbo o bimba senza la capacità di affondare il nasino dentro al gomito piegato a V. come hanno insegnato nei talk tv.
La mamma, terrorizzata dalle occhiate gravide di desiderio di punizione generale, tenta una rassicurazione pubblica: “Ha un po’ di raffreddore…”. E aggiunge a uso della piccola folla da corrida alle cinque della sera: “Ma non ha febbre!”.

I clienti si ricompongono e ricominciano a respirare con regolarità. C’è chi ne approfitta per disinfettarsi le mani con quei gel collosi che sanno di dopobarba scarso. Le casse si rimettono in movimento con il ticchettio. Il colpevole, sì il bimbetto, ride divertito, mentre la mamma gli asciuga il nasetto bagnato.
In questi frangenti c’è sempre qualcuno che , guardando il vuoto davanti a sé, scuote la testa, in segno di filosofica disapprovazione. Di che cosa? Di chi? “Eh, una volta queste cose non succedevano”.
Già. Una volta i bambini in passeggino non starnutivano, ma soprattutto le goccioline spruzzate dal naso non si chiamavano droplets.