politica

Verso il referendum costituzionale
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Di fronte al referendum costituzionale ho cambiato idea un paio di volte e sono abbastanza sicuro che, da oggi a novembre, quando con buone probabilità si andrà a votare, cambierò ancora. Mi capita tutte le volte che, per le ragioni del mio lavoro presento un oratore o modero un dibattito mi faccio convincere dalle ragioni dell'uno e dell'altro, soprattutto quando queste sono esposte da persone di indubbia capacità e preparazione.

Ho moderato e ascoltato signori come Beppe Pericu (si) e Adriano Sansa (no), due fiori di giuristi, due indimenticabili ex sindaci di Genova, pacati ma fermi nel propugnare le cause delle loro scelte. Ho intervistato un magistrato come Armando Spataro, procuratore della Repubblica a Torino, un lucido passato nelle inchieste sulle Br, convinto sostenitore del no.

Tutti chiedevano una cosa e su questo erano assolutamente d'accordo: che si ragionasse esclusivamente sul tema costituzionale e non sul l'allegato politico, cioè il sì o il no a Matteo Renzi. Difficile ormai distogliere il popolo da questo inquinamento politico, ma chissà che qualche passo avanti in questa direzione non sia possibile.

Difficile in un momento in cui Renzi - e lo rivelano per quanto possano valere gli ultimissimi sondaggi, ma si percepisce anche nell'aria - sta perdendo colpi da tutte le parti: il governo parla e poi difficilmente arriva al dunque, i dati su una presunta ripresa economica si scontrano con quelli tragici della diffusione della "povertà" in Italia, la questione delle banche è avvilente, manca soprattutto la percezione della svolta, del rinnovamento. E non basta l'annuncio della popolare cancellazione di Equitalia per fare entrare aria fresca.

Questo malcontento si consolida in un territorio sacrificato come quello ligure, peculiare per la grande presenza di vecchi, un tempo benestanti oggi in povertà o quasi, giovani in perenne fuga, industrie cancellate, ambiente devastato, il tutto dentro un isolamento che ci fa di diritto "regione meridionale".

Quando sabato, ai funerali delle povere vittime del treno pugliese, il vescovo di Trani ha parlato di Puglia come periferia italiana mi sono sentito amaramente escluso da questa identificazione un po' semplicistica. Nelle periferie italiane, con tutte o quasi le regioni del Sud, ci stiamo dentro di diritto anche noi, fieri liguri, isolati dal mondo. È peggio ancora perché la Liguria, tronfiamente definita dai politici più sciocchi "porto della Padania" , "sbocco a mare" di non si sa che cosa, è una nordica periferia italiana.

In questo spappolarsi del Renzismo nazionale (che poi magari il leader riuscirà a raddrizzare con un magistrale colpo di reni) noi ci stiamo dentro peggio degli altri con un povero Pd che, ormai alla frutta, cerca di riconquistare territori lasciati ai Cinquestelle, città rosse regalate alla destra, Ragazzi del '99 che non sapendo più a che santi rivolgersi fondano associazioni che vivono di rimpianti, nella speranza di un congresso che tutto sani con una coraggiosa operazione chirurgica. Un congresso che, con buone probabilità, non si farà in tempi rapidi come sarebbe indispensabile.

In tutto questo Genova sta vivendo l'angoscia dei renziani che sentono la terra traballare sotto i piedi e non sanno più come reggere. Soprattutto i beneficiati dal Renzismo locale, manager e professionisti solerti nell'originario atto di fiducia, industriali alla ricerca (allora) di qualche certezza e tanti opportunisti che alcuni mesi fa si sono affrettati a dichiararsi tutti per il "sì" e oggi , scivolando il leader, non sanno più a che sperone attaccarsi.

In un coltissimo romanzo "Il ballo al Kremlino" (Adelphi) Curzio Malaparte racconta con sadica ironia i vizi e le angosce dell'aristocrazia comunista nella Mosca del '29 davanti alle purghe di Stalin, inebetita tra balli, "beauties " agghindate col rossetto che cola sul mento, clown, letterati e potenti. Il paragone certamente è' forte, ma "nel nostro piccolo", fatte come si dice le debite proporzioni, isolati e poveri, i renziani di comodo oggi stanno vivendo sensazioni simili. Magari ballano e si truccano per allontanare psicologicamente il tracollo possibile di novembre.

Sì o no al referendum? E se poi Lui perde noi che cosa facciamo qui a Genova?