IL COMMENTO

25 aprile 1945. I loro nomi sulle targhe delle strade di Genova

Il commissario "Cialacche" e quei ragazzini morti da eroi

di Mario Paternostro

domenica 25 aprile 2021
Il commissario

Goffredo Mameli morì a ventidue anni in combattimento per difendere la libertà della Repubblica Romana. Giovanissimo, come giovanissimi furono tanti genovesi diventati partigiani e caduti in combattimento o uccisi dai nazifascisti durante le giornate che aprirono la strada alla resa delle truppe di occupazione tedesche nella nostra città, il 25 aprile del 1945.

Oggi sono nomi di strade e piazze dove camminiamo, passiamo in auto senza farci caso, entriamo e usciamo da un negozio. Invece sarebbe giusto, ogni tanto, chiedersi chi ricordano questi nomi, a chi appartengono, che cosa hanno fatto di così importante per avere addirittura una strada.

Quante volte ho attraversato piazza Villa per arrivare alla Spianata di Castelletto. Villa. Un cognome comune. E prima, un nome elegante, autorevole: Goffredo.

Bene, Goffredo Villa, genovese aveva 22 anni il 29 luglio del 1944 e era uno studente universitario con convinte idee marxiste. In contatto con due nomi di spicco dell’antifascismo, Giacomo Buranello e Walter Fillak, era entrato nella III Brigata Garibaldi “Liguria”. Arrestato dai fascisti e chiuso nel carcere di Marassi fu torturato durante lunghissimi interrogatori, ma non fece alcun nome. Quando lo trascinarono davanti al Tribunale straordinario fascista il suo volto era una maschera di sangue. Il plotone d’esecuzione lo uccise alle 5 del mattino, nel Forte di San Giuliano.

Sergio Paganini, quando fu fucilato e gettato in un fosso a Fabbriche Curone in provincia di Alessandria, aveva sedici anni. Era nato il 20 ottobre del 1928. A sedici anni era entrato nella divisione “Pinan Cichero” e aveva scelto come nome di battaglia di chiamarsi “Negro”. Quando i nazisti minacciarono di uccidere gli abitanti di una frazione se i partigiani non si fossero fatti avanti per farsi arrestare, Sergio e il suo compagno Mario D’Antoni non ci pensarono un attimo. “Siamo partigiani”. Così salvarono decine di civili, ma furono fucilati all’ingresso della frazione e i loro corpi abbandonati sul ciglio di una strada senza sepoltura. Fino a quando gli occupanti tedeschi non se ne andarono.

Isidoro Maria Pestarino aveva ventidue anni e faceva l’impiegato quando fu preso nel rastrellamento della Benedicta e fucilato con altri cinquantasette partigiani sul Turchino. Il meccanico Pinetti di anni ne aveva ventitré e lavorava all’Ansaldo. Divenne uno dei comandanti della Brigata Guglielmetti con il nome di “Boris”. Lo presero a Genova gli uomini della X Mas e lo fucilarono al Righi, davanti al forte del Castellaccio.

Renato Boragine studiava Legge. Aveva ventidue anni e lo presero nell’agosto del 1944. Per quattordici giorni lo sottoposero a terribili torture finché finì la sua breve vita davanti a un plotone d’esecuzione.

Nicolò Dagnino, pegliese, faceva l’apprendista all’Ansaldo Fossati. Passò alla lotta armata quando aveva diciott’anni e operò nelle Sap sui monti dell’Appennino ligure. Anche suo fratello Mario era un partigiano. Fu arrestato e fucilato al Turchino. Nicolò lasciò Genova e si unì ai partigiani in montagna entrando nella “Viganò” e partecipando con grande coraggio a molte azioni di guerriglia. Ma nel corso di una missione a Morbegno, vicino Alessandria cadde in un combattimento. C’è una strada a Pegli che ricorda lui e suo fratello.

Altri nomi li trovo sul sito “Uomini e donne della Resistenza” curato dall’Anpi. In questi giorni di aprile fa bene alla salute leggerlo. Conforta nei momenti di esasperazione da isolamento.

Eccoli alcuni di questi giovanissimi.

Cesare Dattilo, operaio di Cogoleto, fucilato a Cravasco nel marzo del 1945 quando aveva ventiquattro anni, Aldo Dellepiane, ventenne, fucilato sotto il ponte del Trebbia a Gorreto, Marco Ginocchio ventun anni di Montemoggio di Borzonasca, morto in combattimento sull’Appennino nel novembre del ’44 e, infine, Ezio Lucarno. La “sua” strada unisce via Struppa con la strada per Creto. Era un apprendista meccanico. L’8 settembre del 1943 salì in montagna con altri compagni e in clandestinità decise di chiamarsi “Cialacche”. In genovese vuol dire “chiacchiere”. Raccontano che fosse coraggiosissimo, ma dotato anche di un forte senso di responsabilità, tanto che fu nominato commissario di distaccamento della Brigata “Jori” della divisione “Cichero”. Cadde combattendo sull’Antola. “Entusiasta e animoso”- è scritto nella motivazione della medaglia d’oro al valor militare. “…distinguendosi per temerario ardimento….” . Fu colpito durante uno scontro notturno. L’accerchiarono, si staccò dai suoi compagni e si allontanò sparando e facendosi così ben vedere per attirare l’attenzione dei nazifascisti, facendo in modo che i suoi uomini potessero ripiegare e si salvassero. Lui cadde crivellato dai colpi. Nella “sua” strada c’è una scuola che ha il suo nome insieme a quello di Massimo D’Azeglio.

Dove il ragazzo è caduto combattendo un cippo reca incise queste parole, dettate dallo storico Giorgio Gimelli: “"Dicevi: l'esempio del commissario/ è marciare per primo/ e mangiare per ultimo./ Così sei partito per primo in pattuglia/ contro il reparto nazista/ che qui ti ha ucciso./ Noi vorremmo poter ancora/ sentirti parlare dell'avvenire/ come facevi nelle riunioni/ del Distaccamento Mandoli/ e avremmo tante domande da fare/ tanti dubbi tante critiche tanta delusione/ da esprimere./ Ci fossi ancora tu/ Commissario Cialacche/ ad aiutarmi col tuo sorriso/ la tua fiducia nel Popolo/ e nella Classe Operaia".

Dimenticavo. Ezio aveva diciott’anni. 



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