CRONACA

Dopo 14 anni lascia la guida della Chiesa genovese

Genova, il cardinale Bagnasco a padre Tasca: "Suggerisco pazienza per capire la città"

di Tiziana Oberti

giovedì 02 luglio 2020



GENOVA - Dall'incredulità per il crollo di Ponte Morandi, passando per il racconto dei 'suoi' vicoli e gli insegnamenti dei suoi genitori. Il cardinale Angelo Bagnasco, 77 anni, dopo 14 anni lascia la guida della Chiesa genovese e si racconta a Primocanale tra la sua innata timidezza e la fermezza con la quale ha guidato la diocesi in questi anni, ma anche dal 2007 al 2017 la Conferenza episcopale italiana e fino al prossimo anno i vescovi europei.

Arriva una decina di minuti in ritardo e si scusa diverse volte "sa sto facendo gli scatoloni per il trasloco, anche stanotte fino alle 2", con queste poche parole associate al suo sorriso iniziamo il racconto di questi suoi anni a Genova, la sua città, quella dove però non avrebbe mai pensato di ritornare.

"Sto vivendo momenti di grandi emozioni e di memorie che si ravvivano - racconta Bagnasco - di grande gratitudine verso la gente che mi ferma e saluta con semplicità".

In questi 14 anni Genova ha vissuto diverse tragedie dalle alluvioni, al crollo della Torre Piloti per arrivare al Morandi e lui il cardinale è sempre stato in mezzo alla sua gente tra il dolore. "Nei momenti di difficoltà mi ha sempre colpito la grande forza d'animo dei genovesi che non si piegano, anche quando sono percossi duramente ma non si piangono addosso - spiega - cercano di reagire e lo fanno aumentando la collaborazione e la vicinanza gli uni agli altri, in quei momenti oltre al dolore ho sentito l'affetto del popolo verso il loro pastore che sentivano vicino".

Impossibile fare una sintesi di questi anni, "ci vorrebbero dei libri - scherza - ma sicuramente mi porterò dietro la visita pastorale nelle comunità: è stato un tour de force bellissimo durato anni nel quale ho visitato le 278 parrocchie compresa la più piccola con solo due abitanti ma ricordo anche tutti gli incontri, momenti di riflessione e preghiera con i preti che sono le braccia del vescovo; l'incontro con la gente per la strada tra i miei vicoli dove sono cresciuto piazza Sarzano, via Ravecca e poi ovunque vedere la gente che fa un saluto, un sorriso di benevolenza nei vari bar ognuno con le sue posizioni queste sono cose che porterò sempre nel cuore".

Del centro storico il cardinale cresciuto tra le macerie della guerra tra piazza Sarzano e via Ravecca è innamorato, gli occhi gli si illuminano quando ne parla e anche quando ricorda gli insegnamneti dei suoi genitori: "Mio padre lavorava in fabbrica come si dice più dell'orologio, quando ero bambino nei vicoli si respirava aria di grande sacrificio, di povertà ma non di miseria, ci accontentavamo di quello che c'era e si era contenti, come diceva mio padre c'era l'orgoglio 'di andare per strada a testa alta' e poi tutti in famiglia e in città respiravano la speranza per il futuro questo mi è rimasto per sempre anche nelle situazioni di grande difficoltà".

Lui che non è abituato a raccontare spesso qualcosa di privato sorride condivide quello che sua madre un giorno insegnò a lui bambino senza dire nulla: "Ogni domenica ricevevo una paghetta di 10 lire ma non li spendevo tutti, li mettevo da parte e quando ho raggiunto mille lire le ho date a mia madre perchè avevo percepito che c'era bisogno, ebbene mia mamma non li ha voluti e mi ha abbracciato...sono quelle cose che si imparano nel non dire ma con i gesti".

Il lavoro, i giovani e la famiglia sono al centro di questi anni: "il mondo del lavoro è fondamentale perchè senza lavoro una famiglia non può costituirsi e andare avanti e un lavoratore che deve affronbtare fatica problemi deve avere una roccia nella famiglia per potersi sacrificare. Mio padre lavorava in fabbrica e mio nonno lavorava nel porto per questo in ogni incontro rivivo la loro luce e mi sono sempre sentito a mio agio".

Qualche rimpianto? A Bagansco non piace guardare indietro ma anzi è sempre rivolto al futuro ma chi lo ha seguito in questi anni sa che la fatica della presidenza della Cei si è fatta sentire proprio perchè non si è potuto interamente dedicare alla sua Diocesi. "Se non avessi avuto altri incarichi come i 10 anni di presidenza Cei e quasi cinque ora come presidente vescovi europei avrei avuto più tempo per la diocesi, anche se ho avuto validi collaboratori e come tanti genitori quando tornavo cercavo di compensare, ma sicuramente avrei avuto più tempo e avrei potuto intensificare qualche campo di azione".

Genova e i genovesi non sono facili da capire come è riuscito a spiegarla al suo successore monsignor Marco Tasca? "Gli ho detto che Genova è una grande città, così come il suo popolo che bisogna avere la pazienza di conoscere, bisogna avere anche pazienza nel farsi conoscere con grande fiducia. Bisogna entrare in una storia perchè il vescovo ha sue caratteristiche come ogni uomo ed entra in una diocesi e la segna con la sua persona e responsabilità ma ne è anche segnato, c'è un dare un'impronta ma anche riceverla: l'impronta che ho ricevuto è l'immediatezza rude senza fronzoli ma sincera, verso il proprio pastore di affetto e stima, avere una fiducia che non può mai crollare. Che cosa ho lasciato come impronta? Vivere di fede, non basta credere in Dio ma vivere di Dio".

Il racconto di questi suoi 14 anni si sofferma poi sul 14 agosto 2018 e il crollo di Ponte Morandi. Il cardinale Bagnasco descrive quesi momenti con uan parola ripetuta due volte scandendo ogni sillaba e cioè incredulità: "Incredulità che potesse accadare e che fosse accaduto, uno smarrimento, un essere attonito che è rappresentato da una foto che mi hanno regalato rappresenta l'espressione di un vigile del fuoco che per me rappresenta in tutto e per tutto l'incredulità. Poi uno si deve scuotere e si pensa alle vittime, ai famigliari a una città ferita e percossa ma che si è rialzata. Smarrimento da una parte e dall'altro un nuovo senso di appartenenza che la città ha avuto c'è stato un salto di qualità che non era nuovo ma questo è stato particolare rispetto al senso di amore e alla necessità di stringersi per non essere piegati da questo dolore".

Si mette a ridere quando gli si chiede cosa scriverebbe di sè se fosse un giornalista. "Mestiere difficile, bisognerebbe esserlo....ci pensa un po' e poi decide di descriversi attraverso un ritratto che un artista gli ha regalato: lo sfondo della città con molte ombre e poche luci una storia a volte tormentata, dentro a questo groviglio è chiara la cattedrale e Carignano, la Chiesa che è dentro la storia della città e in primo piano la mia figura benedicente con tratti di luce che mi hanno sempre commosso".

Come si immagina un giorno senza impegni ufficiali? Ride di nuovo "lo potrò sapere tra un anno, ma se mi devo immaginare mi immagino di avere più tempo per la preghiera, la lettura e anche, ovviamente, di tanti caffè nella mia piazza Sarzano con gli amici di una vita.

Finisce parlando in genovese, con quella sobrietà tipica della città che il suo cardinale per 14 anni ha incarnato ogni giorno.

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