LIDO DI VENEZIA - Fare un film su una star del cinema non è esattamente un’idea nuova. Basti pensare a Notting Hill, Guardia del corpo, I perfetti innamorati, È nata una stella, C'era una volta a... Hollywood, Eva contro Eva anche se era ambientato a Broadway… e si potrebbe continuare a lungo. Dunque con Jay Kelly non siamo dalle parti dell’originalità, tanto più che nel film di Noah Baumbach il protagonista George Clooney interpreta una star del cinema molto simile a George Clooney, nel senso che i contorni dei due – il personaggio e l’attore – coincidono con una certa precisione, costruiti intorno al medesimo Dna: stesso fascino sfacciato e stessa simpatia finemente irresistibile.
La trama
Jay Kelly è un popolare attore di Hollywood da oltre tre decenni che ha alle spalle una serie di drammi di grande successo, film d'azione di alto livello e pellicole pluripremiate. Lontano dal set c’è un’intera squadra che lo circonda nel tentativo di soddisfare ogni suo capriccio: un manager di lunga data (Adam Sandler), la sua agente pubblicitaria (Laura Dern), la parrucchiera personale e diversi altri schiavetti dello showbiz. Ma se l’involucro esterno funziona a meraviglia è nel privato che la vita di Jay scricchiola. Arrivato alla mezza età sente di aver deluso molti: è estraneo in modi più o meno seri alle due figlie, si sta preparando a tradire il suo agente, si è rifiutato di aiutare il proprio mentore in difficoltà economiche che lo voleva dirigere un’ultima volta ed è tormentato da come, all'inizio della carriera, abbia rubato una parte fondamentale al suo più talentuoso compagno di scuola di recitazione che poi ha cambiato strada. Dopo aver rifiutato in un primo tempo di andare a ritirare un premio in Italia, cambia idea quando viene a sapere che una delle figlie sarà in vacanza proprio da quelle parti cercando così un’occasione per riallacciare i rapporti.

Storia sull'identità e viaggio alla scoperta di sé
Il film di Baumbach piroetta in un territorio già battuto da 8 1/2 di Fellini e Stardust memories di Woody Allen soffocando però tutto in un blando sciroppo al sapore di Toscana dove le considerazioni sulla crudeltà del mondo dello spettacolo sono annullate da ondate di autoadorazione e autocompiacimento hollywoodiano tanto che alla fine, prima di ritirare il premio, assistiamo ad un filmato riassuntivo della carriera di Jay montato con spezzoni di veri film di Clooney in un cine-narcisismo del tutto eccessivo. In questo viaggio personale per ritrovare se stesso passa così in secondo piano il bisogno di approfondire quella che è in definitiva una storia sull’identità, sul tentativo di mettere ordine nelle cose e su un viaggio alla scoperta di sé per un uomo che milioni di persone pensano di aver già scoperto.
Un racconto ammonitore
Jay Kelly, tra commedia e dramma, si aggrappa all'insostenibile leggerezza dell'essere ricchi e famosi e alle strade a senso unico che intraprendiamo nel lungo e circolare viaggio verso la realizzazione di noi stessi. Di sincero c’è però la vivida comprensione dei risentimenti che possono formarsi nello spazio tra chi siamo e come siamo visti e di come la celebrità possa ampliare questo spazio al punto che amicizie e famiglie rischiano di passare totalmente in secondo piano. Muovendosi in un precario equilibrio tra il guardare avanti e il rimanere ancorati al passato il film di Baumbach compensa un’emotività spesso goffamente esagerata radicandosi talvolta in un fondale roccioso di tristezza e alla fine quello che resta è un racconto ammonitore sui pericoli del cercare di evitare se stessi in un mondo che ci permette solo di comportarci come se ci fosse qualcun altro da essere.
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