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GENOVA - In questi giorni si fa un gran dibattere sul destino di alcune aree genovesi di Acciaierie d'Italia, cioè l'ex Ilva. Ammetto che non esiste nella mia mente una ricetta che ritengo migliore delle altre. Quindi, questo è il classico caso in cui potrei dire, e non mi pare di essere l'unico, che non so che cosa vorrei. Ma so perfettamente che cosa non vorrei.

Primo. Ricordo la risposta di Emilio Riva, allora "padrone" dell'Ilva, a un suo collega imprenditore genovese che gli chiese degli spazi: "Piuttosto ci faccio dei parcheggi!". Tra i due non correva buon sangue e la rispostaccia è lì a dimostrarlo. Ma non è questo che importa. Piuttosto, è l'atteggiamento mentale. Non mi pare che nel passaggio dai Riva all'attuale proprietà, che in maggioranza è nelle mani dello Stato, sia cambiato molto: le aree restano presuntamente destinate all'acciaio anche se di acciaio a Genova se ne fa sempre di meno.

In nome di ciò, il sindaco Marco Bucci e il governatore ligure Giovanni Toti vorrebbero che Acciaierie d'Italia mollasse alcuni spazi da destinare ad altre attività. I sindacati, in particolare la Cgil, dicono che questo indebolisce chi rivendica prima di tutto degli impegni precisi sulla sopravvivenza e sviluppo della siderurgia italiana, quindi anche di quella genovese.

Sommessamente, osservo che potrebbe essere vero pure il contrario e cioè che l'ex Ilva si decida a essere più celere e concreta sul futuro dell'acciaio italiano e genovese proprio perché un sindaco e un governatore altrimenti sono pronti ad "approfittarne". Mi rendo, conto, però, che è come domandarsi se sia nato prima l'uovo o sia nata prima la gallina.

Tuttavia, dalle richieste di Bucci e Toti deriva la seconda cosa che so di non volere: il ritorno alla vecchia disputa fra una Genova industriale e una Genova che strizza l'occhio al turismo e al terziario. Si tratta di una contesa ideologica, che in passato ha già provocato molti danni (pensiamo agli anni di ritardo accumulati dalla Superba rispetto all'industria delle vacanze, compresa la cultura) e che sarebbe autolesionistico, oltre che anacronistico, ritirare fuori.

 Ci sono settori del sindacato e migliaia di conservatori genovesi (che politicamente non si schierano oppure stanno a sinistra, se non vogliamo essere ipocriti) che cadono nella tentazione, riprendendo una divisione che la città non merita. Non c'è alcun dubbio che Genova debba avere anche un futuro industriale, perché restano molte ed eccellenti le aziende di questo settore. Ma bisogna possedere la serena consapevolezza che purtroppo l'industria non basta più. Serve anche altro, compresi il turismo e i servizi. Accanto alla città delle tute blu serve anche quella dei camerieri, per riandare a concetti datati. Perché in economia esiste un principio valido dalla notte dei tempi: ti salvi e prosperi soltanto se sai diversificare.

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