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Mario Draghi, il nostro ex Primo Ministro, era governatore di Bankitalia quando all'allora presidente di Fondazione Carige, Flavio Eepetto, chiese sostanzialmente due cose. La prima: far fuori il padre-padrone di Carige Giovanni Berneschi e il suo sodale Ferdinando Menconi. La seconda: condurre la più importante e antica banca ligure a nozze sicure con un grande gruppo finanziario.

Per ragioni che ora sarebbe inutile indagare, nessuna delle due opzioni si concretizzò. E come la storia sia andata avanti lo sappiamo tutti, dai guai giudiziari per Berneschi e Menconi fino all'addio dello splendido isolamento da parte di Carige. Ecco, a questo ho pensato quando si è definitivamente conclusa la fusione del più importante istituto di credito ligure in Bper, la Banca popolare dell'Emilia Romagna. Ci ho pensato domandandomi: come sarebbe cambiata la storia di Carige e della Liguria se le richieste di Draghi fossero andate in porto?

Mi sono dato anche una risposta. Anzi, due. Certamente Carige non avrebbe vissuto le mille traversie che si è trovata di fronte, fino al rischio di fallimento, e che ha dovuto dribblare fino all'arrivo sulla scena di Bper. Ma poi non sono così certo che le cose per la Liguria sarebbero davvero cambiate. Voglio dire che se siamo intellettualmente onesti, al netto di tutte le questioni giudiziarie, legali e societarie che hanno investito Carige, la fine era comunque scritta. Per meglio dire: il destino.

Prendendo come metro di paragone il mondo bancario europeo e la sua tendenza a consolidarsi, cominciata oltre venti anni fa, non è possibile immaginare che la principale banca ligure avrebbe potuto continuare nel suo "stand alone", stare da sola. E neppure che essa avrebbe potuto essere la capofila di un gruppo bancario capace di competere sul mercato italiano e su quello continentale. Che fosse Bper o un altro gruppo, insomma, il finale era scritto.

Ed era scritto che dovesse trattarsi di un soggetto molto forte, non quell'accrocchio finanziario immaginato mettendo insieme Carige con Cassa centrale banca, che in realtà, sebbene per ragioni diverse, avrebbe unito due debolezze. Invece, come ha giustamente osservato Carlo Stagnaro sul Secolo XIX, non è un caso che la banca ligure abbia da poco chiuso una trimestrale positiva come non si vedeva da anni.

Ora che il dado è tratto si può dire che è andata persino bene. Fra Carige e Bper le sovrapposizioni sono minime e in più al vertice dell'istituto con sede a Modena c'è quel Piero Luigi Montani che conosce molto bene Carige, essendone stato alla guida come amministratore delegato, che è un genovese fieramente sampdoriano e che ha le idee molto chiare.

E qui siamo probabilmente al punto chiave, ancorché spesso tenuto nascosto in passato. Banca Carige per decenni è stata la banca del territorio e in nome di questa appartenenza ha posto in essere attività grazie alle quali Berneschi teneva per gli "zebedei" sia gran parte delle classe imprenditoriale sia gran parte delle politica. In modo trasversale, perché il denaro non ha odore.

Non solo. Con questa malintesa idea di banca del territorio si è andati avanti ignorando le raccomandazioni di Draghi e arrivando fin sul ciglio del burrone, cercando un nuovo padrone al quale affidare le chiavi della città. Non è accaduto, fortunatamente. E un attimo prima che le cose precipitassero è arrivata Bper. La quale, invece, con il pragmatismo di cui ci sarebbe sempre stato bisogno, mette a fuoco per Carige un progetto ben definito: "Sarà la sede del nostro hub dedicato allo shipping".

Nella città che ospita il principale porto italiano, e uno dei più rilevanti in Europa, non è che ci volesse un genio per fare una cosa del genere. Ma un manager coraggioso come Montani, disposto a rompere con un certo passato, questo sì. Perché tutte le banche possono essere "del territorio", ma proporsi al servizio di un determinato settore non è da tutte. Credo che ogni ligure, dunque, debba augurare a Carige una buona navigazione.