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Per tutto il pomeriggio, mentre su una finestra del portatile tenevo aperta la diretta della BBC, ho avuto in mente la Sarabanda di Haendel e l’andante del Trio in mi bemolle di Schubert, i brani di musica barocca e romantica che Stanley Kubrick usò per il suo film che più amo, amandoli tutti. Un film preso, come altri del cineasta, da un romanzo tutto sommato mediocre.

E’ che tutto, nella lentezza del rituale protocollare dai palazzi alle vie al castello, dalla città alla campagna, assomigliava - i verdi dei prati, i rossi delle divise, il bruno dei cavalli - a quella sceneggiatura preraffaellita dipinta da un genio con le lenti Carl Zeiss dei satelliti artificiali.

Era “Barry Lyndon”, una estenuante meditazione manieristica, stilizzata e crudele, sull’infinita vanità del tutto. Che era il significato di quanto andavo contemplando.

Solitamente cerco di dire qualcosa di originale o imprevisto, invece stavolta non posso, perché ho fatto come quasi tutti. O forse il vero anticonformismo è proprio ammettere senza infingimenti di aver seguito il lungo addio londinese come uno tra i miliardi di persone davanti al video in quelle ore. Comunque se ne pensi, potrebbe essere stata l'ultima grande cerimonia solenne della storia dell'umanità. Quasi impossibile ce ne sia in futuro un’altra, di pari portata internazionale e valenza simbolica.

Difficilmente ci sarà infatti un altro personaggio sulla scena per così tanti anni, a capo di uno Stato che per quasi cinque secoli ha rappresentato una potenza mondiale, espandendosi dall’Europa in tutti gli altri continenti fino a lasciare un segno estremo nel Nordamerica come nel subcontinente indiano fino all’Oceania. E che ha inventato la democrazia parlamentare, pur restando appunto fedele a un istituto forse obsoleto, ma che in Gran Bretagna ha più risonanza di quanto accada in Scandinavia, nel Benelux e in Ispagna.

Non sono monarchico e nemmeno filobritannico, sono stato poche volte lassù e ho sempre trovato stravaganti la guida a sinistra, le unità di misura, la cucina. Non ho mai provato interesse per le vicende familiari altrui, perciò ho sempre trovato stucchevoli le cronache di Corte, anche perché molti anni fa ero stato tirato giù dal letto da una telefonata del capocronista per due domeniche consecutive, e c’era sempre da andare a Portofino, prima per vedere Diana sul panfilo e poi perché Diana era morta. Però bene o male un uomo del Novecento non può non essersi misurato, non misurarsi ogni giorno con quella cultura e civiltà. Infatti l’umorismo surreale di lassù è il mio. E quanta letteratura e musica e cinematografia, e anche i Monty Python che se fossero ancora tutti insieme come l’avrebbero girata questa storia.

Però oggi non mi andava di fare il Monty Python, o il nostro Franti, e nemmeno di provarci. Sarà che sentivo davvero il senso di una fine, non tanto della persona quanto di tutto quel che incarnava. Non voglio dire del Novecento, anche perché ci sono giganti del secolo scorso - soprattutto artisti e sportivi - ancora in vita e quindi testimoni sia pure stanchi del proprio tempo. Diciamo di una certa idea della Gran Bretagna, che potrebbe dissolversi sotto le spinte centrifughe di Scozia e Irlanda del Nord, quindi dell’Europa peraltro ripudiata, infine dell’Occidente.

Non era poi male, già, l’Occidente. Con tutti i suoi difetti. Comprese le monarchie, certo, anche quelle ridotte a emblema. Un Occidente che ha fatto e vinto e perso guerre, che ha commesso errori verso se stesso come verso il resto del mondo, ma a guardare quel che ha fatto e sta facendo se l’è cavata tutto sommato bene.

Per esempio della Gran Bretagna ho amato il gatto che è il vero padrone del 10 di Downing Street; i due vecchi cani superstiti della muta di corgi della sovrana che, sentendosi prossima all’addio, a un certo punto non aveva più tenuto i cuccioli per non lasciare orfani. Non sapevo niente invece dell’orsetto col panino alla marmellata, ecco.

Schubert e il suo Trio sono ricomparsi nel silenzio della riconsegna di scettro, corona e globo crucigero, della rottura della bacchetta, ultimo atto prima del silenzio. Nel film Marisa Berenson, nei meravigliosi costumi di Milena Canonero, come Lady Lyndon firma il divorzio da un uomo sconfitto. Oggi la fine del rito era qualcosa di più di un compimento. Era una silenziosa resa al tempo.

Prima dei titoli di coda, ancora con la Sarabanda di Haendel, in “Barry Lyndon” compare un cartello, lettere bianche a sfondo nero: “Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali".