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1 minuto e 33 secondi di lettura
di Aurora Bottino e Chiara Orrù

Nello spazio dedicato alla redazione "Young" di Primocanale durante la prima giornata del festival Orientamenti, sei ragazzi curiosi e pronti a mettersi alla prova circondano una delle voci più autorevoli del giornalismo italiano: Giovanna Botteri che offre ai giovani reporter molto più di un’intervista, una lezione di vita.

Il G8 di Genova: "Quell’anno non lo dimenticherò mai"

Il ricordo indelebile del G8 di Genova. La prima domanda è diretta e tocca una ferita ancora aperta della città: "Del G8 ricordo il caldo tremendo, le cariche durante la diretta e poi, la notte, la scuola Diaz. Le urla dei ragazzi, i volti sanguinanti. Quando sono entrata ho visto un sacco a pelo con accanto un piccolo peluche. Era sporco di sangue: capivi che lì c’era stato un ragazzino giovanissimo. Quell’immagine non l’ho più dimenticata. Genova, quell’anno, rimarrà per sempre con me”.

Come è iniziata la carriera da giornalista

"Non volevo fare la giornalista, mio padre lo era. A Parigi, durante il dottorato, ero curiosissima ma non ero nessuno. Così ho cominciato a presentarmi dicendo: ‘Sono una giornalista italiana, vorrei fare un’intervista’. Era falso ma la gente diceva sì. Ho comprato al mercato delle pulci un piccolo registratore e partivo. Quando i giornali hanno cominciato a pubblicare quelle interviste e a pagarmi ho capito che questo lavoro era perfetto: fai quello che ti piace e ti pagano pure"

"Ogni fatto tocca anche la tua storia"

L’ultima domanda riguarda l’episodio che più l’ha segnata. Botteri ricorda un’immagine dall’Iraq: "Un bambino è caduto mentre scappavano dai bombardamenti. Il padre lo ha preso a calci per farlo rialzare, perché restare a terra significava morire. Avevo appena avuto mia figlia. Quella scena mi ha fatto capire quanto sia importante la pace e quanto orribile sia la guerra".

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