"La cosa che più mi resterà dentro di questa esperienza, professionale ed umana, è l'ansia di iniziare il turno al mattino domandandomi quanti pazienti avremmo salvato dal covid e quanti sarebbero invece precipitati".Alessio Marra è un giovane medico genovese, da un anno e mezzo circa in servizio all'ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, la prima linea della lotta al coronavirus in Italia. Un posto di frontiera al pronto soccorso, vissuto ogni giorno con la coscienza del medico e la sensibilità dell'uomo. Alessio in questo periodo avrebbe dovuto sposarsi con la sua compagna, ma il matrimonio è stato rimandato: "Impossibile celebrare un evento così bello - ha raccontato a Primocanale - in un momento così buio e delicato. Ci sarà il tempo per recuperare. Intanto, ho vissuto una pagina "eccezionale" sul piano professionale: al netto della tragedia che si è consumata, ho imparato molto su questa malattia, come affrontarla e curarla. Tutto ciò fa parte del bagaglio di un medico".
Il pensiero è corso spesso da Bergamo a Genova. "All'inizio dello tsunami sanitario - racconta Marra - chiamavo i miei ex colleghi e li avvertivo: guardate che non è, come si sente dire, una semplice influenza. Preparatevi al peggio. Temevo che quanto accaduto da noi, nel numero dei contagiati, si ripetesse altrove, dove il sistema avrebbe faticato ancora di più ad assorbirlo".
Adesso, per fortuna e per il "sacrificio" di molti medici, infermieri e ausiliari, la situazione è sotto controllo: "Al pronto soccorso del nostro ospedale - racconta Marra - non arrivano più due persone al giorno con il Covid, è un risultato importante se pensiamo a quanto accadeva appena poche settimane fa".
Insomma, la battaglia è stata per il momento vinta anche grazie ad Alessio e a quelli come lui. Per la vincere la guerra al virus, probabilmente, bisognerà aspettare il vaccino. Ma questa è un'altra storia.
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