politica

Oggi l'assemblea regionale del partito
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Più della indecisione e della confusione con le quali si stanno preparando i prossimi appuntamenti politici, quello che mi stupisce nel Pd è una nuova malattia che sembra affliggerlo. Definirei questo morbo, che tartassa in verità non solo i democratici ma un po' tutta la sinistra: “sconfittismo”.


Più ci si avvicina alle elezioni - quelle comunali sicure e solo da calendarizzare e quelle politiche più incerte, ma inesorabili nel raggio di qualche mese - più questa sensazione che il Pd e i suoi alleati si preparino a una inevitabile sconfitta appare evidente.
Non è tanto il fatto che non trovino una linea di scelta del candidato possibilmente “unico” da far scendere in campo. Non è neppure tanto il fatto che non siano ancora riusciti a dipanare la matassa aggrovigliata intorno al caso Doria, il sindaco uscente che hanno eletto cinque anni fa e che non si sa ancora cosa farà.
Non è neppure il fatto che nel Pd non riescano a uscire onorevolmente dalle beghe interne, da questo gioco delle autocandidature, contrapposte a vaghe indicazioni che coinvolgono a turno il self concorrente Regazzoni e gli assessori uscenti Piazza e Sibilla e chissà quanti altri pre candidati.
Ed anche il girovagare senza risultati nei meandri della cosiddetta “società civile” per pescare il “papa straniero”, il personaggio esterno a cui affidare il destino, non è sufficiente a giustificare il flop di convinzione.
Non c'entra neppure la difficile uscita proprio oggi, forse superata nei suoi prodromi di una scelta del segretario, verso un congresso regionale che sani l'onta del commissariamento di David Ermini, arcistufo di stare qua a sorvegliare la pentola in ebollizione.
O forse sono anche tutti questi fattori insieme, ma sembra in modo plateale che il centro sinistra, che governa Genova da tempo immemorabile, stia marciando (il termine marciare è veramente ridicolo, ma lasciatemelo usare) quasi sicuro verso una attesa sconfitta.


Che il killer siano i 5 Stelle grillini, che pure hanno i loro guai interni o il centro destra di Toti, non importa. Loro stanno andando a perdere: dopo la Regione e Savona, ecco che si sta per immolare Genova, la roccaforte rossa, fino a qualche tempo fa inattaccabile.


La stessa candidatura, neppure più troppo coperta, di Luca Borzani che sembra indirizzato ad accettarla, se la richiesta sarà unanime di tutto lo schieramento, parte con questo spirito di implicita rassegnazione. Come se, a questo punto, l'importante fosse perdere, ma con dignità. Che vuol dire andare almeno al ballottaggio.


Questo “sconfittismo” si può forse spiegare con l'aria che tira ovunque, nel mondo, in Italia ed anche nella Liguria della recente doppia dèbacle, dove vince chi va “contro”, chi punta a seppellire il passato, quello della politica e dei nomi che la rappresentano, dove vincono gli “uomini forti” o chi garantisce, come i grillini, lo strappo totale.


La passività rassegnata può anche trovare le sue ragioni nel crollo dei votanti, nelle percentuali minime a cui si riducono i quadri del partito, 2700 iscritti ai Circoli, altro che le legioni degli anni Ottanta e Novanta e più generalmente nella “liquidità” della politica, nella presa oramai assente sul territorio di antico riferimento.


Ma è mai possibile che si parta per una campagna elettorale, quasi convinti di perderla? La concorrenza mica fa così. Grillo è convinto di conquistare l'Italia, figuriamoci Genova. Toti, che non ha ancora la più pallida idea del candidato che il centrodestra schiererà, annuncia da tempo con assoluta sicurezza che “uniti si vince”.
Fa parte del gioco mostrarsi sicuri della vittoria, prima di ogni elezione. Perchè soprattutto al Pd non riesce più neppure questa mossa di autocompiacimento, di ricerca della propria sicurezza almeno strategica? Perchè la città è troppo in crisi? Perchè non si hanno più punti di riferimento e tra uno “strappo”, una minacciata scissione, una divisione e una contrapposizione interna, l'unità del partito è andata definitivamente  a farsi benedire?


Chissà, certo se si vuole vincere bisogna incominciare a proclamarlo, anche per convincere se stessi. Le elezioni non sono una partita di calcio, ma a noi che osserviamo per mestiere da tanti anni viene da urlare: ma almeno giocatevela!