SPORT

Il leggendario presidente dei Sette Trofei, scomparso a 63 anni nel 1993, era nato il 9 aprile del 1930

Novant'anni fa nacque Mantovani, l'uomo che aprý il Luna Park Sampdoria

di Stefano Rissetto

mercoledý 08 aprile 2020
Novant'anni fa nacque Mantovani, l'uomo che aprý il Luna Park Sampdoria

GENOVA - Non arrivò ai primi di dicembre quel luna park, non s'insediò alla Foce. Lo allestì in primavera, tra Marassi e Bogliasco, un signore che oggi avrebbe compiuto novant'anni e che si giocò il cielo a dadi per fabbricare impensati sorrisi, per far fiorire un'idea di felicità in un giardino di cemento.

Il suo era un nome che circolava, come il fumo nella bottiglia tra i reclusi, ai tempi grami e felici tra Heriberto e il primo Bersellini. Dicono lo avesse convinto don Berto, anzi Mugnaini, chissà. Poi venne davvero, Paolo Mantovani: ad aprire le montagne russe e la galleria degli specchi e il castello incantato, un incantesimo durato quattordici anni. Da ventisette quasi invece è una lancinante nostalgia, quasi il doppio del tempo trascorso da comandante. E quanto ci manca la sua assenza.

Cade in un aprile crudele, questo compleanno di un rimpianto, da poco e troppo presto raggiunto dal suo Filippo. È un calendario sbiadito, come le foto e le riprese di quella stagione, ancor oggi difficile da credere esistita davvero.

Se ne parla, chi ne parla, come di un film visto e anche vissuto, una rivoluzione allegra in città, il tuo nome di battaglia era Pinin e io ero Sandokan. Si saliva e si scendeva dallo schermo, come nella Rosa Purpurea del Cairo, indecisi tra l'una e l'altra realtà.

Non vale l'elenco dei trofei, la polvere non li ottunde, risuonano nella memoria di chi l'ha visti e di chi non c'era e di chi quei giorni lì inseguiva una sua chimera. Una notte nella Cremona di suo padre e di un ragazzo lasciato tre primavere dopo all'ultimo rintocco del Big Ben; una notte nella terra delle notti bianche, in un bellissimo stadio sbilenco; due pomeriggi a Milano, a dieci anni di distanza: di tutto resta un poco e quel poco è tutto. Alcuni lo ricordano ancora mentre si accende una sigaretta; altri gli hanno fatto un monumento, per dimenticare un po' più in fretta.

I ragazzi saliti sulle sue giostre hanno oggi l'età che aveva lui, quando Scanziani aveva sollevato al cielo la prima coppa, davanti al secondo Bersellini, e «il quinto colore si era aggiunto sulla maglia», disse. Se ne sono andati quasi tutti i loro padri, che li avevano portati bambini a conoscere la Sud, senza curarsi della vita grama che credevano di infligger loro. Quell'uomo non era previsto, era stato un incidente della storia, un premio a chissà quale merito. Ricordarlo è inutile, dimenticarlo è impossibile: hanno ammazzato Paolo, Paolo è vivo.

Il suo primo capitano ha vinto un Mondiale da allenatore. Il suo ultimo capitano ci proverà. Da Chiorri a Gullit quante cose i suoi occhi hanno visto, quante ne vedranno quando lo avrà giudicato Cristo.

Vola fragile come fumo di sigaretta il suo ricordo, a occhi chiusi per una ninna nanna, dolce come quell'inatteso Natale alla fine di maggio: “e se vai via di casa accendi, al momento / del commiato, le quattro candele di una stella / perché illumini un mondo vuoto di realtà, / mentre ti segue con lo sguardo per l'eternità”.

Commenti


I NOSTRI BLOG

Grif House
Samp Place