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Piove sul bagnato. Proprio mentre si conclude in modo scandaloso la vicenda autostradale con la Stato che attraverso Cassa Depositi e Prestiti ( e due grandi fondi) rimette le mani in pasta alla modica cifra di 8 miliardi, ecco che i Benetton, padroni fino a ieri, cercano di rifarsi il look a quasi quattro anni dalla tragedia del Morandi.

Alessandro, figlio di Luciano, erede non solo designato, scrive un libro intitolato anche un po’ impudicamente, visto cosa è successo sulla A10, Ponte Morandi alle 11,35 del 14 agosto 2018, “Traiettoria”, raccontando la sua vita.

Come se fosse necessario, comunque, a quell’età di mezzo tirare già un bilancio autobiografico.

L’operazione editoriale, che coincide con l’uscita di scena delle famiglia dal comparto autostradale, dopo 23 anni dalla sciagurata privatizzazione, sembra proprio una “captatio benevolentiae”, un tentativo di rifarsi la faccia della famiglia, usando le memorie del suo uomo più in vista , presidente di “Edizione”, la holding finanziaria di un gruppo che ha 67 mila dipendenti nelle sue multiformi attività, per presentarsi  con un atteggiamento diverso da quello con il quale era stato dato seguito alla tragedia dei 43 morti, volati dal ponte, corroso dalla manutenzione vergognosa delle società che facevano capo ai Benetton.

Mentre sta per cominciare l’attesissimo processo con 59 imputati, che stabilirà la verità giudiziaria sulla più grave sciagura civile mai capitata dolosamente nel Dopoguerra italiano, questo signor Benetton accenna, per la verità anche timidamente, nelle interviste di lancio del suo libro a qualche errore commesso dopo la tragedia del Morandi.

E quale sarebbe stato questo errore? Forse non chiedere subito forte e chiaro scusa per la tragedia provocata sulla loro autostrada dalla insipienza, dall’incapacità o forse dalla irresponsabilità dei loro uomini nelle società , così proni al profitto da lasciare in un canto la sicurezza dei viaggiatori, la tua sicurezza, la mia, quella dei milioni di automobilisti che viaggiavano senza sapere quello che rischiavano?

Forse è stato un errore non avere cancellato quella super-festa d’estate, tradizionalmente celebrata nella loro bella villa veneta, a pochi giorni dal fatidico 14 agosto, mentre Genova piangeva ed era spezzata in due, mentre le bare delle vittime viaggiavano per l’Italia, dirette ai cimiteri delle loro città?

Poche righe di pentimento nel racconto di una saga personale famigliare non bastano. Come non basta quell’esortazione del nuovo presidente alla “trasparenza”, che si presenta come una raccomandazione di saggezza quanto meno tardiva.

La “trasparenza” dei Benetton e dei loro accoliti era attesa subito, non tanto tempo dopo, quando il metodico lavoro della magistratura ha smascherato un atteggiamento così vile rispetto ai propri impegni di concessionari, ma soprattutto rispetto alle sofferenze immani inflitte ai parenti delle vittime, a tutti i danneggiati dal crollo, al sistema autostradale italiano, che quella vicenda ha smascherato nelle sue persistenti e colossali fragilità, tutt’ora pagate a caro prezzo.

In termini umani, economici, sociali.

Insomma quel libro, intitolato “Traiettoria”, forse il signor Alessandro Benetton, presentato da mass media così compiacenti come l’uomo nuovo della big family, poteva risparmiarselo. A incominciare proprio dal titolo. Chiedete, se ne avete coraggio, un giudizio tra gli altri a Egle Possetti, portavoce dei parenti delle vittime e a Emanuel Diaz, fratello particolarmente sensibile e informato di un ragazzo che la traiettoria di caduta dal ponte spezzato l’ha pagata con la sua giovane vita