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Non è difficile comprendere la radice storica dell'antisemitismo, un sentimento che si è diffuso e sedimentato attraverso i secoli ben prima della nascita dello Stato d'Israele e del concetto di 'sionismo'. Le comunità ebraiche, sia nel mondo romano dopo il 313 (cioè quello dell'editto di Costantino e della rapida affermazione del cristianesimo come religione imperiale), che nel successivo periodo medievale e rinascimentale, sono state oggetto, con alterne vicende, a una pressante discriminazione.

Gli ebrei formavano gruppi che erano al tempo stesso integrati e separati nelle società di quei tempi: rappresentavano degli agglomerati economicamente stabili, anche ricchi in molti casi, gestivano un pezzo del potere nelle città e in civiltà permeate da un sentimento religioso che era anche strumento di potere potevano essere visti come un pericolo.

Non era condizione esclusiva degli ebrei, questo lo sappiamo: nello stesso mondo cristiano occidentale epurazioni e crociate hanno colpito luterani, calvinisti, valdesi e prima di loro gli albigesi. Tutti gruppi religiosi percepiti come una deviazione alla pace universale che l'unica religione accettata non poteva consentire e, forse soprattutto, rappresentavano un rischio per le elite dominanti.

Molto più difficile, invece, è comprendere l'antisemitismo ai giorni nostri, intendendo per contemporaneità anche l'epoca balorda e drammatica del nazifascismo. Perché mai al giorno d'oggi dovremmo sentire gli ebrei come pericolosi o diversi?

La domanda torna con prepotenza in queste settimane di mattanza al confine, sempre molto labile anche sul piano fisico, tra Israele e Palestina. E si rafforza per le notizie che si affastellano dalla vecchia Europa, con una preoccupante escalation di aggressioni in danno agli ebrei un po' dappertutto, Genova compresa. Siamo ancora a questi punti?

Gli ebrei oggi sono genericamente indistinguibili dal resto della popolazione: determinare una confessione religiosa sulla base dell'apparenza, del resto, appare un esercizio piuttosto difficile (a meno di non trovarsi dinnanzi a un ultraortodosso abbigliato in modo tipico, ma è fattispecie piuttosto rara). Non costituiscono, inoltre, un gruppo di potere coeso e rilevante: non risultano lobby significative operanti nel nostro Paese che possano essere accusate di una qualche eversione né la politica appare aggredita da istanze ebraiche o sioniste.

Perché, allora, qualcuno dovrebbe aggredire un ebreo? Oggi è l'esistenza stessa dello Stato d'Israele a rappresentare il grilletto che spinge un numero sempre crescente di europei nel gorgo squallido dell'antisemitismo: basta osservare quanto successo in occidente dopo la violenta aggressione terroristica di Hamas; sdegno dei capi di Stato e di Governo, forti titoli di giornale ma nessuna importante manifestazione di piazza. La risposta d'Israele, la cui proporzione e legittimità si possono ampiamente discutere, ha mobilitato invece milioni di persone in tutto il mondo. E' come se Hamas fosse un gruppo di 'compagni che sbagliano' mentre Israele resta il nemico da combattere.

Le manifestazioni, di norma, si accompagnano a scritte antisemite ed espressioni ingiuriose nei confronti di Israele e, a corollario, fioccano le aggressioni. Che sono, lo scrivo, lo ribadisco e lo sottolineo, completamente sganciate dalle manifestazioni di piazza, che sono legittime e doverose (per chi ritiene di dovervi partecipare) ma rischiano di bagnarsi nello stesso brodo.

E allora perché non si critica anche aspramente Israele per la sua reazione rabbiosa senza inneggiare all'olocausto? Perché non si persegue la battaglia per la creazione vera e definitiva dei due Stati separati senza negare a Israele il suo diritto d'esistere?

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