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Giuseppe Bono riuscirà a rimanere sulla tolda di Fincantieri? E Genova ce la farà a non veder spostare ulteriormente su Trieste (o addirittura su Roma) l'asse del principale gruppo navalmeccanico italiano? Questi, e altri, sono gli interrogativi che si porta appresso il rinnovo dei vertici di Fincantieri, una partita di nomine sulla quale il governo è già duramente impegnato, con le solite e immancabili interferenze dei partiti.

Con Mario Draghi alla Presidenza del Consiglio, tuttavia, i risultati sembrano dover e poter prevalere, almeno nella scelta della linea di comando. Da questo punto di vista, quindi, Bono, l'attuale amministratore delegato, non dovrebbe incontrare ostacoli. Lui si risente quando viene definito "l'ultimo boiardo di Stato", ma nel suo caso l'accezione è diventata positiva. Appartiene, cioè, a quella generazione di manager che hanno guidato le Partecipazioni statali e che hanno maturato esperienze ed espresso capacità non più ripetutesi.

Bono, poi, ha accumulato enormi meriti sul campo, primo fra tutti trasformando Fincantieri in una azienda profittevole, dopo averla raccolta che era decotta. Con la scusa della carta di identità, ha 77 anni, e del lungo cammino in Fincantieri, dove va per i 20 anni di conduzione, c'è chi gli vorrebbe dargli solo una presidenza di campanello.

Certo non è più un ragazzino, però i risultati sono lì a parlare per lui. Dunque, Bono vorrebbe rimanere al suo posto o, in subordine, potrebbe accettare una presidenza con deleghe operative molto forti. In quest'ultima ipotesi bisognerebbe comunque trovare un nuovo amministratore delegato e nel nome della continuità il favorito sembra Fabio Gallia, attuale direttore generale di Fincantieri, con una esperienza alla guida di Cassa Depositi e Prestiti (dal 2015 al 2018). Il che dimostra anche i suoi buoni rapporti con la politica che conta.

Secondo i rumor, però, ci sarebbero altri due nomi in ballo. Uno è quello di Giuseppe Giordo, responsabile della divisione navi militari di Fincantieri, con trascorsi in Finmeccanica, mentre l'altro è quello di Luigi Matarazzo, anche lui già nel gruppo a capo della divisione crociere.

Giordo da tempo che mira a salire di grado, ma viene visto con circospezione all'interno di Fincantieri, anche perché una sua eventuale ascesa vedrebbe spostare l'asse del gruppo addirittura su Roma. Cosa che non piace a Trieste, ma neppure a Genova. La Superba vorrebbe uno dei suoi, però non disdegna Matarazzo, che conosce molto bene il cantiere di Sestri Ponente.

Volendo azzardare uno scenario, potrebbe saltar fuori una squadra con Bono presidente operativo, Gallia amministratore delegato e Matarazzo direttore generale. In questo modo, Fincantieri continuerebbe ad avere Trieste come epicentro del potere, ma Genova risulterebbe garantita sia dalla presenza di Bono sia da quella di Matarazzo.

Il capoluogo ligure, difatti, non sembra in grado di esprimere un nome all'altezza del compito e dei gradimenti politici che inevitabilmente serviranno. L'unico sarebbe forse quello di Alberto Maestrini, anche lui interno a Fincantieri. Ma il manager, che pure vanta un ottimo pedigree, non risulta avere un armamentario politicamente attrezzato per rincorrere la nomina principale.

Genova, dunque, dovrà giocare di sponda. Ma l'esperienza di questi anni insegna che se Bono rimarrà sulla tolda, con quale incarico si vedrà, sarà sufficientemente rappresentata. Magari i dissapori con il sindaco Marco Bucci continueranno ad esistere, ma non andranno a detrimento dell'azienda nella sua parte genovese e della città. In ogni caso, è necessario che la politica e la classe dirigente genovesi si facciano sentire ed ascoltare a Roma: ci sono migliaia di posti e questioni economiche di prima grandezza che riguardano sia Genova sia la Liguria (non bisogna dimenticare i cantieri di Riva Trigoso e del Muggiano), quindi servono capi del gruppo navalmeccanico capaci di difendere e tutelare quel patrimonio e in grado di riconoscere a tutto tondo la territorialità di Fincantieri.

Infine, ma per adesso è solo una ipotesi di scuola, potrebbe accadere che il governo si inventi un amministratore delegato fuori dal mondo Fincantieri. Oggi, però, questo sarebbe un autentico rischio. Lo si sta vedendo con quanto accaduto in Leonardo (la vecchia Finmeccanica) con gli arrivi prima di Mauro Moretti e poi di Alessandro Profumo. Strategie fumose, spesso all'insegna del disimpegno o della concentrazione solo su alcuni segmenti. Da cui, ad esempio, la decisione di Leonardo di disfarsi della spezzina Oto Melara e della livornese Wass. In corsa c'è una cordata franco-tedesca, ma pure la stessa Fincantieri. Che sembra avere la sponda del governo, ma non quella del gran capo di Finmeccanica, Profumo. Il quale è pure nato a Genova, il 17 febbraio del 1957. Ma nel capoluogo ligure di questo ci si ricorda solo perché, quando faceva il banchiere, Profumo spostò la sede di Unicredit proprio da Genova a Milano. Non è il massimo.

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