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 Nel gennaio del 2019, la Bce sbagliò a commissariare Banca Carige. Secondo il Tribunale Ue, infatti, l'istituto di Francoforte incorse nell'errore di utilizzare uno strumento sbagliato per assumere la propria decisione. Sempre che ne ricorressero gli estremi. Dalla sentenza dei magistrati europei scaturiscono, però, alcune valutazioni che vanno oltre il merito della vicenda in sé. A proposito della quale, tuttavia, vanno precisate un paio di cose.

Primo: la fusione con Bper, ormai sul punto di essere realizzata definitivamente, non corre alcun rischio. E dunque i risparmiatori e le aziende che hanno in corso dei rapporti con Carige non vedranno mutare di una virgola le cose che li riguardano. Secondo: siccome i ricorrenti, sia la piccola azionista sia i grandi, vale a dire la famiglia Malacalza, potrebbero aver diritto a un risarcimento, a pagare sarà la Bce, certo non Carige e men che mai Bper.

Ma prima che l'eventuale ristoro abbia luogo bisogna aspettare l'esito di ricorsi e controricorsi, che non mancheranno e che allungheranno il brodo. E questo ci introduce soprattutto ad alcuni aspetti politici che la vicenda porta con sé.

La sentenza del Tribunale Ue arriva dopo circa tre anni. Ora, non saranno i quattro, cinque, sei anni che possono volerci in Italia per avere una decisione di primo grado nel processo civile, tuttavia appare abbastanza singolare che puntualmente al nostro Paese venga fatta la morale sulla giustizia che non funziona a causa dei suoi ritardi. Diciamocelo: non è che a livello comunitario si stia messi molto meglio. Perché la domanda dettata dal buon senso che il cittadino si fa è perché una decisione di tale importanza sia arrivata quando ormai ogni scelta sul futuro di Carige era stata compiuta. Cioè fuori tempo massimo. 

Andiamo oltre. Il Tribunale Ue chiarisce, anzi è il vero cuore della decisione, che la Bce ha sbagliato nei propri riferimenti normativi, applicando la legislazione europea. Invece, sostengono i magistrati, poiché la legislazione italiana aveva recepito la direttiva comunitaria, la Bce avrebbe dovuto fare leva sulla normativa nazionale.

Ohibò, dunque non è così infondata, almeno secondo i giudici, quanto vanno affermando alcune forze politiche, secondo le quali le norme nazionali valgono eccome. Certo, bisogna che nella materia ci sia stato il recepimento di una direttiva europea, ma in punta di diritto si apre un varco mica da ridere: e se oltre a recepire una direttiva, la norma nazionale prevedesse un "di più" di consentito o di vietato? Ognuno tragga le proprie conclusioni.

Come andrà a finire tutta questa vicenda nessuno è in grado di saperlo. Di sicuro ci sarà molto da fare per gli studi legali. Ma anche la politica dovrà interrogarsi: per fortuna, Banca Carige è in sicurezza, tuttavia la storia fa emergere l'evidenza di dover almeno chiarire alcuni aspetti del rapporto fra i singoli Paesi e l'Ue. Da tutti i punti di vista.

Quindi, comprese anche le relazioni fra la Bce medesima e le banche. Al netto di tutto, non deve essere un caso se tanti manager bancari, soprattutto italiani, considerano l'istituto di Francoforte poco dialogante, ed è un eufemismo, nelle sue decisioni. Come a dire: quando serve, anche la Bce ci metta un po' di senso comune e meno cieca intransigenza.