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Le cronache narrano di un antico ministro berlusconiano che disse: “Con la cultura non si mangia”. Vera o inventata che fosse, la frase è diventata un luogo comune per dire che l’ignoranza non ha fine, come davvero spiegò il generale De Gaulle a chi gli proponeva di eliminare gli imbecilli rispondendo con un lapidario: “Vaste programme!”. Con la cultura, oggi, si mangia eccome. In senso buono, intendo. E in Italia si mangia anche tanto. In tutte le città italiane, zeppe di tesori ammirati dal mondo. Non esiste paesino sul suolo italico che non possegga un suo piccolo o grande tesoro.

Vale lo stesso principio, anche a Genova, piena di meraviglie, dove da decenni, almeno dal bicentenario della scoperta dell’America e dal 2004, Genova capitale proprio della cultura, arte, musei, chiese, mostre, sono un solido volano economico. Però questi luoghi e eventi devono essere coordinati e visitati. Aperti sempre. Pubblicizzati. E qui c’entra la “politica culturale” che si sposa con il turismo, con il commercio, con i collegamenti della città con il resto del Paese: treni, autostrade, aeroporto.
Questo pistolotto per dire che a Genova un assessore alla Cultura, ha una grande importanza e il suo ruolo diventa strategico anche nel bilancio. Se poi l’assessore alla Cultura fa anche l’assessore al Turismo meglio, perché legare i due argomenti è indispensabile nello sviluppo di una città.

Ecco perché a Genova non basta un “tavolo di concertazione” di esperti sulla cultura genovese, anche se si tratta di persone di notevole capacità e esperienza. Il ruolo dell’assessore, ruolo lo ripeto essenzialmente politico, è quello del regista. Serve dunque e serve che su questa poltrona a Tursi come in Regione, sieda uno che può dedicarvi tutto il tempo possibile.
Siamo fiduciosi che il sindaco Bucci troverà un assessore giusto per occuparsi a tempo pieno della Cultura in senso lato.
E se fosse anche “tecnico” meglio ancora così, probabilmente, saprebbe di che cosa si parla.

A Genova ci sono da sistemare molte questioni. Così è bene ricordarsi che non esiste solo il Palazzo Ducale, casa della cultura. Esistono anche le “ville della cultura” e addirittura le “villette”. A volte uniche e preziose. Per esempio, a me sta a cuore il lancio alla grande di uno dei musei d’arte orientale più belli d’Europa, il Chiossone, sulla vetta della Villetta Di Negro. Non solo per le rarissime collezioni di arte giapponese che ci invidiano in tutto il mondo, ma anche per la sede del museo, quella palazzina disegnata magnificamente da Mario Labò, protagonista illustre del razionalismo. Il suo ri-lancio turistico servirebbe probabilmente anche a far rivivere la delizia della Villetta, fatta di grotte, anfratti e cascatelle, che oggi, francamente, è dimenticata.

Nel Duemila intervistai nel suo studio di Brera, la grande architetta Gae Aulenti cui era stato chiesto di ridisegnare Chiossone e Villetta. Cioè di adeguare il museo da un punto di vista della sicurezza e accessibilità. “Mi sono fatta l’idea – mi rispose – della grande collezione di un uomo straordinario, un tipo molto avventuroso che si era buttato in imprese senza paura, visitando mondi nuovi e cercando di capirli. E’ il museo di un collezionista. Insieme c’è la figura di Labò e questa architettura che non bisogna toccare, ma che deve essere adeguata. Ma il vero problema del Chiossone è quello di essere raggiunto”. Aveva avanzato la questione dell’accessibilità per tutti anche per chi, disabile, usa una carrozzella. “Dobbiamo mandare su un ascensore” ripeteva la Aulenti. Ma come e dove? Ci furono polemiche sull’ascensore, dibattiti. Non se ne parlò più.

Gae sosteneva che oggi (eravamo nel 2000) un museo moderno deve avere dei confort. L’accessibilità è il primo.
I musei possono essere meravigliosi, ma devono essere visitati, facili, visibili, raggiungibili. Un assessore alla Cultura deve pensare anche a questo. Fare in modo che la Cultura della città sia disponibile a tutti, perché vedere un museo è un diritto. Questa non è forse politica culturale?
Poi c’è il superbo Museo di Sant’Agostino, anche questo un valore architettonico, lanciato da Orlando Grosso, bombardato in guerra e rifatto dal duo Albini-Helg. E’ ancora chiuso per lavori. Quando aprirà?