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GENOVA - Quella frase del difensore del principale imputato al processo per la tragedia del ponte, che spiega sbrigativamente il crollo con l'ipotesi del “difetto strutturale di costruzione”, diventa di fatto un capo di imputazione totalizzante o quasi l'anticipo di una sentenza di condanna totale. Il Morandi è crollato perchè aveva in sé l'errore di quel cemento precompresso con la struttura di acciaio inesorabilmente destinata a deteriorarsi nell'anima della gigantesca struttura?

Se così fosse allora vuol dire che per i brevissimi 51 anni della sua vita il grande ponte è stato lasciato a marcire con la corrosione che avanzava nella sua anima moderna, inventata da Morandi, mai collaudata e soprattutto mai controllata. Dallo Stato , responsabile pubblico della sicurezza prima, e poi dai privati concessionari che all'inizio degli anni Novanta lo hanno gestito con il compito di controllare.

Questa tesi, sparata all'inizio di un processo che andrà avanti per almeno due anni e culminerà in una sentenza a sei anni, almeno, dalla tragedia e in primo grado soltanto, che per l'appello e la Cassazione ce ne vorranno almeno altri cinque-sei, fa capire come anche davanti alla più grande tragedia civile, dopo quella del Vajont, i tempi della giustizia non escono dal binario della loro inesorabile lentezza.

E poi fa capire quale sarà il nocciolo della difesa da parte dell'imputato principale, l'ultimo amministratore della concessionaria, Giovanni Castellucci. Era un ponte condannato a morte da quando era stato costruito. Che ci potevamo fare?

Sui tempi della giustizia si possono scrivere trattati infiniti e rievocare esempi italiani che ricordano grandi processi storici diversi e simili a questo. Dalla strage di piazza Fontana, ancora in ballo 57 anni dopo, a quello dello strage ferroviaria di Viareggio appena giunto al verdetto della Cassazione, 13 anni dopo.

Insopportabile anche dopo il lavoro eccezionalmente veloce, efficiente e sopratutto trasparente compiuto dalla Procura di Genova, condotta da Francesco Cozzi fino a un anno fa esatto e ora retta provvisoriamente da Francesco Pinto.

Certo, le probabili seicento parti civili in causa, la complessità delle perizie e tante altre difficoltà sono una ragione dei tempi, ma non fanno accettare la lontananza tra la tragedia, il dolore immane, i danni incalcolabili e l'esercizio della giustizia.

Poi c'è il problema della trasparenza, che davanti a nessun processo come per questo era fondamentale. Lo hanno già scritto Maurizio Rossi e Matteo Cantile, ma io mi permetto di esagerare un po' ancora.

 Il processo Morandi, facendo le dovute proporzioni è la Norimberga dei crimini sulla sicurezza pubblica. Riguarda ogni viaggiatore autostradale e non solo affidato a un concessionario, al contratto tra lo Stato e che gestisce un bene usato da tutti.

 Quella tragedia delle 11,36 del 14 agosto 2018 ha spezzato il rapporto tra chi si affida e chi gestisce. Capire assistendo al processo perchè e per come è successo e chi ha sbagliato è un diritto di tutti. Negarlo o limitarlo, o ridurlo, con la ragione della spettacolarizzazione e delle difficoltà logistiche è una violazione  insopportabile.

In altri paesi più civili socialmente del nostro avrebbero costruito un'aula apposta per celebrare questo processo in modo conforme a quella necessità di pubblicità.

Quel dolore, che non si spegne, urla insieme allo strazio la volontà di sapere tutto, di vedere tutto. Lo chiedono non solo per chi è morto  “colpevole” di essere lì in quel momento, in quel minuto, non un secondo prima, né un secondo dopo, ma per tutti.

Basta continuare a viaggiare per le autostrade oggi, quasi quattro anni dopo, nello sfacelo dei cantieri che non finiscono mai, per capire quanto grande sia la responsabilità a monte, non solo di chi ha costruito, magari con un difetto strutturale, ma sopratutto  di chi non ha controllato, verificato, rispettato il patto che garantisce non solo il pedaggio da pagare, ma la vita di chi viaggia.

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