
A Genova, quest’anno, il presepe non sparirà da un angolo remoto della città: sparirà dall’atrio di Tursi, la casa dei genovesi.
La sindaca Silvia Salis, al suo primo Natale da inquilina in via Garibaldi, ha deciso così. Perché? Ah, questo è il bello: non è dato saperlo. Un po' come quei regali che ti arrivano senza biglietto: sorprese, sì, ma non necessariamente gradite. Un regalo che non è stato gradito da tantissimi genovesi che ci hanno scritto e telefonato per esprimere il loro disappunto.
Questa amministrazione si fa bella spesso con la parola inclusione. Ma non è inclusione quando si elimina un simbolo condiviso: è semplicemente un’altra bandierina ideologica piantata nel terreno della città. Via il presepe, dentro il "villaggio di Babbo Natale". Come se fosse sufficiente un po' di legno e qualche lucina per sostituire secoli di tradizione culturale, religiosa, artistica.
La reazione dell’amministrazione? L’assessore Beghin, incalzato in Sala Rossa, ha ammesso candidamente e con un sorrisino: "sì, è una scelta politica". Senza argomenti, senza spiegazioni, persino con poco rispetto per i cittadini che chiedono almeno un perché. È l’idea di politica ridotta a slogan: si cambia perché sì.
E poi arriva lei, la consigliera comunale della Lista Salis Sara Tassara, già finita nei giorni scorsi al centro di aspre polemiche per un suo post social che aveva scandalizzato molti: "Si sarà fatta in padella le loro placente” riferendosi alla mamma dei bambini nel bosco salita ultimamente alla ribalta. Oggi, con assoluta leggerezza, si dice “felice” di un Comune “laico” e contrariata per la presenza dei crocifissi dalle scuole. Non una parola sulla necessità di un dialogo, di un equilibrio, di un rispetto reciproco. No: si procede in trincea, come se la laicità fosse una mazza da usare contro chi non la pensa allo stesso modo.
Il risultato? Un cortocircuito perfetto. Una maggioranza che si riempie la bocca di inclusione finisce per praticare l’esatto contrario. Decide nel chiuso delle stanze, comunica in modo approssimativo, e poi si stupisce dello sdegno che monta.
Il presepe a Palazzo Tursi non obbligava nessuno a essere credente. Non imponeva un credo. Non escludeva. Il presepe è da sempre un simbolo che unisce. E infatti, quando si tocca un simbolo che unisce, la reazione è inevitabile.
Toglierlo senza una ragione chiara, senza un confronto, senza almeno il buon gusto di una spiegazione solida, è stato un errore politico enorme. Ma soprattutto rivela un fenomeno che ormai conosciamo bene: una parte della politica non costruisce più nulla, si limita a cancellare ciò che già c’è.
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