cultura

Nella città dove Siri, Montale, Taviani, Germi e Tortora sono marginalizzati
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 Genova è tutta nei pochi passi che separano il monumento a Vittorio Emanuele II, a piazza Corvetto, dalla lapide di condanna della sanguinaria invasione sabauda della Repubblica. Ma a contraddirsi da sempre è forse l'Italia intera: unico Paese a conciliare piazze e vie e ospedali dedicati a Umberto I e un monumento, naturalmente nell'anarchica Carrara, a Gaetano Bresci che lo uccise. Meno male che Paganini è stato appena risarcito, con una statua peraltro di iniziativa privata, della remota e sciagurata distruzione della casa natale.

Le scelte toponomastiche non potrebbero che essere scelte politiche. Alcune surreali. Pietro Germi è il solo cineasta genovese ad aver vinto un Oscar, eppure gli è stata revocata perfino l'intitolazione del piccolo cinemino a lui dedicato in una traversa di via Garibaldi. Forse c'entra qualcosa la scomunica perpetua della critica militante all'ombra del Grande Partito Egemone, con conseguente condanna all'oblio, in tempi – destinati, come dimostra il presente, a sclerotizzarsi – in cui non arruolarsi nella sinistra, o addirittura criticarla, equivaleva a essere immatricolato come fascista. Enzo Tortora è un disperante martire della fallibilità della magistratura in quanto fatta di uomini, ma la santificazione del purificante potere giudiziario - officiata per un trentennio, dal sabba di “mani pulite” fino alle fetide intercettazioni di Palamara e compari – ha fatto sì che a fatica e in grande ritardo gli venisse dedicato appena un corridoio laterale di Galleria Mazzini.

Tre dei massimi genovesi del Novecento sono eternati in maniera minimale, riduzionistica, del tutto inadeguata alla loro statura. Il Premio Nobel per la Letteratura Eugenio Montale, secondo Harold Bloom degno di essere accostato ad Alighieri e Leopardi nel Canone Occidentale, e il principe della Chiesa Giuseppe Siri sono rispettivamente un viottolo e la galleria di accesso al Carlo Felice; Paolo Emilio Taviani, che da ministro ebbe un ruolo fondamentale nell'edificazione della Genova del dopoguerra, è diventato un parcheggio a ridosso del museo del mare.

Forse - come cantavano Cochi e Renato - siamo ancora in tempo, per correggere alcune di queste storture. E magari, già che ci siamo, per onorare altre tre personalità che molto hanno dato a Genova, in modo differente ma sempre profondo.

Il 23 marzo del prossimo anno cade il decennale della scomparsa di Antonio Tabucchi, considerato tra i massimi scrittori del secondo Novecento italiano e l'unico ad essere avvicinato al Nobel tra l'uno e l'altro secolo. Voltate le spalle all'Italia - per ragioni non dissimili da quelle che avevano portato Luigi "Gino" Strada, appena onorato da Tursi con la procedura più rapida di sempre ovvero un mese appena dalla scomparsa, a scegliere terre lontane per lavorare – l'autore di “Piccoli equivoci senza importanza” è sepolto a Lisbona. Ma a Genova era legato da antiche e vere amicizie, negli ambienti universitari frequentati all'inizio della carriera accademica di docente di lingua e letteratura portoghese. Alla nostra città, soprattutto, ha dedicato “Il filo dell'orizzonte”: un piccolo e meraviglioso romanzo che parte da un terribile fatto di cronaca nera, il mistero sull'identità di uno dei brigatisti rossi morti nel covo di Oregina poi risolto col nome di Riccardo Dura, per raccontare Genova e alcuni suoi angoli in modo indimenticabile. Meriterebbe una via di quella città vecchia che tanto amava.

Se n'era invece andato il 23 agosto del 2009, in piena estate, Edoardo Guglielmino. Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo ne ricorda il profilo di medico umanista, partigiano e militante socialista, scrittore e poeta, conoscitore di sport. Aveva studio in via Fossatello, nel cuore di quel centro storico che viveva davvero, senza infingimenti caricaturali, fino a trarne spunto per i personaggi dei suoi racconti. Tra le sue creature amava le “Sere di Genova”, un festival estivo che si teneva al Parco dell'Acquasola: proprio questo sito sarebbe l'occasione ideale per consegnarlo alla memoria dei genovesi, almeno con una targa o un monumento.

C'è poi, c'è soprattutto Paolo Villaggio. Mancato “appena” tre anni fa, certo. Erroneamente considerato un immenso attore comico, si tratta invece dell'intellettuale che più di tutti - con un paio di libri di racconti appena, scritti per un settimanale, e le successive sceneggiature di fragoroso successo - ha modificato radicalmente il modo di pensare, di parlare, di essere degli italiani. Ogni giorno, quasi senza nemmeno accorgercene, usiamo incessantemente le sue metafore, le sue invenzioni linguistiche, i suoi tipi codificati nella Commedia Umana della megaditta. Un po' Kafka, un po' Beckett, un po' Gadda; oppure Totò principe di Danimarca. L'autobus al volo, la corazzata Kotiomkin, la Coppa Cobram, l'organizzazione Filini, il night L'Ippopotamo, l'aggettivo “mostruoso” e si potrebbe andare avanti quasi all'infinito... Un aspetto del genio di Villaggio talmente pervasivo che sfugge a chi lo dia per scontato. Meriterebbe di essere punito, per averci costretti davanti a uno specchio, con un omaggio più surreale del veglione del maestro Canello: la passeggiata pedonale di Corso Italia, dove tra l'altro visse, rinominata lungomare Paolo Villaggio. E nessuno dica che si tratta di una c**ata pazzesca.