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Dopo lo scontro notturno per correggere il tiro sul Dpcm
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Quello che sembrava tutto fatto all'ora di cena, con la consueta liturgia della conferenza stampa del premier Giuseppe Conte, si è complicato all'improvviso e solo dopo un ulteriore incontro tra il presidente del Consiglio, il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia, e i presidenti delle Regioni si è raggiunto l'accordo finale. Erano più o meno le 3:30, era appena finito un sabato non proprio normale e non era ancora cominciata una domenica speciale. L'ultima prima della ripartenza definitiva dell'Italia. Ma cosa è successo?

Le Regioni hanno frenato sul Dpcm
dopo che era stata raggiunta venerdì l'intesa con il Governo perché montava la paura (o anche solo il sospetto) che il provvedimento del premier in qualche modo potesse limitare o depotenziare la sfera di competenza regionale. Il nodo era la modifica dell'articolo 6 e l'adozione delle linee guida non allegate al Dpcm. Di qui la necessità di un ulteriore chiarimento, per evitare che potessero nascere equivoci, quando la maggior parte il 18 maggio delle attività riprenderà a funzionare.

Con una metafora pugilistica, 'ai punti' ha perso Conte
che si è visto costretto ad ammorbidire le sue posizioni e ad ammorbidire anche quelle dei ministri Alfonso Bonafede (Giustizia), Roberto Speranza (Salute) e Vincenzo Spadafora (Sport), i più intransigenti. "Le richieste erano legittime, la soluzione è stata trovata nell'interesse del Paese. L'accordo sancisce ancora una volta la leale collaborazione tra Regioni e Governo", ha poi spiegato il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia. Ma non è stata una passeggiata di salute, da quanto si può immaginare.Si tratta, in sostanza, di un compromesso accettabile sia per il Governo sia per le Regioni. 

Fase 3, Toti: "Le Regioni hanno evitato al Governo altre brutte figure" - CLICCA QUI


"Troppi cavilli", sono insorti il governatore ligure Giovanni Toti e altri presidenti di regione. Una protesta nata dal fatto che "il Dpcm non faceva neanche riferimento al protocollo unitario firmato dalle Regioni". Solo al termine di un lungo braccio di ferro l'accordo: il documento dei presidenti delle regioni sarà allegato al Dpcm. Ma nelle lunghe ore di trattativa ci sono stati momenti di forte contrasto. Alcuni governatori raccontano che lo stesso premier ha spiegato ai suoi interlocutori di non essere un'autorità scientifica o un organo tecnico. Ne é nata una disputa tra 'avvocati'. A cui, tra gli altri, hanno preso parte il governatore lombardo Attilio Fontana, il vicepresidente della Giunta campana Bonavitacola e il presidente pugliese e magistrato Michele Emiliano. Altro punto su cui si sarebbe discusso è la necessità di una preventiva indagine epidemiologica sul tema delle riaperture, poi l'intesa sull'obbligatorietà di fare

Stefano Bonaccini, governatore dell'Emilia Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, ha sottolineato che l'obiettivo "è sempre stato quello di garantire regole certe per chi lunedì dovrà riaprire" e che l'esecutivo si è impegnato a "richiamare nel testo le linee guida proposte dalla Conferenza delle Regioni come riferimento da cui fare discendere i protocolli regionali". Mail punto rimane che il Governo è riuscito a compattare una "collaborazione trasversale tra regioni di sinistra e di destra, di fatto alleate per far ragionare il Governo che ha rischiato di buttare tutto all’aria questa notte". Un nodo fondamentale per garantire l'omogeneità "delle norme in tutto il Paese".

In fondo, Conte lo ha detto in conferenza stampa: per la fase 3 "è necessario un cambio di mentalità rispetto all'emergenza" e che siamo entrati nel perimetro del "rischio calcolato". Poi, però, se la curva epidemiologica dovesse rialzarsi tutti pronti a richiudere tutto.