cronaca

Scappato dall'Afghanistan, imbarcato dai trafficanti, salvato dagli italiani
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È durato un anno il suo viaggio della speranza da Kabul all'Italia in mano ai trafficanti di uomini. Waheed, 21enne rifugiato afghano accolto dalla Comunita' di Sant'Egidio a Genova, nel pomeriggio a Palazzo Ducale ha raccontato la sua storia a centinaia di studenti liceali e universitari all'evento 'Costruiamo i ponti, costruiamo il futuro'. I 150 immigrati richiedenti asilo ospitati nelle tre strutture genovesi della comunità a Coronata, San Martino e in via del Campo, hanno partecipato all'iniziativa di dialogo interculturale.

"Sono scappato dall'Afghanistan cinque anni fa perché la guerra mi impediva di vivere in modo sicuro e di studiare
- spiega Waheed - Il viaggio verso l'Europa in larga parte a piedi è stato molto difficoltoso e mi è costato complessivamente 9.000 euro, senza contare la paura di morire e di non farcela".

"Da Kabul sono andato a Kandahar, poi ho attraversato il confine con l'Iran dove sono stato arrestato e picchiato dalle forze di sicurezza, che mi hanno liberato pagando, - ricorda - Ho camminato quasi per un mese in mezzo al deserto per arrivare in Turchia, al cui confine ho dovuto valicare una montagna altissima, 8 ore di salita a piedi, 8 ore per scendere, faceva freddo, nevicava e io stavo molto male".

Arrivato in Turchia Waheed è stato costretto ad affidare la sua vita ai trafficanti di uomini, che lo hanno imbarcato su una 'carretta del mare' insieme ad 80 persone. "Il cibo a bordo è finito dopo due giorni, abbiamo iniziato a bere l'acqua del mare, - testimonia - non pensavamo più di sopravvivere, ma dopo cinque giorni siamo stati soccorsi dalle autorità italiane arrivando in Calabria, solo dopo due giorni di ospedale ho saputo di essere arrivato in Italia".

Dopo alcuni mesi Waheed è stato trasferito a Genova dove ha iniziato un percorso di integrazione con la Comunità di Sant'Egidio. Molti dei richiedenti asilo protagonisti dell'incontro con gli studenti genovesi vengono dal Gambia e sono fuggiti dalla dittatura "senza una precisa idea di dove volevano andare". Altri africani erano in Libia per lavorare sotto Gheddafi e "a seguito del crollo del regime, intimoriti dal crescente razzismo degli arabi nei confronti dei neri, identificati come gli schiavi del colonello, sono fuggiti verso l'Europa sui barconi".