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Il 19 maggio 1991 battendo il Lecce i blucerchiati vinsero il tricolore
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Un'impresa unica, storica, indimenticabile, che qualcuno pensava non fosse mai realizzabile. Il 19 maggio 1991, battendo in un Ferraris vibrante di passione e di gioia il Lecce, la Sampdoria vinse il suo scudetto. Suo perché fu un successo costruito negli anni da una società che Paolo Mantovani aveva saputo trasformare da "povera ma bella" in "ricca e bellissima". Con l'embrione dell'estate 1980 quando, da Varese, arrivò Luca Pellegrini, colui che sarebbe poi diventato il capitano di questa squadra e via via tutti i tasselli che andavano al loro posto.

Un successo figlio di una stagione perfetta, nata sulle ceneri delle delusioni azzurre di Mancini, Vialli, Pagliuca e Vierchowod, accantonati da Vicini nelle "notti magiche" mondiali del'estate '90 e dalla voglia di provarci, ancora una volta, dopo aver arricchito la bacheca fino a metà anni '80 vuota con tre Coppe Italia e una Coppa delle Coppe.

Una squadra costruita per vincere, con l'arrivo, importante anche se alla fine non decisivo, di Mikhailicenko (paradossalmente pesarono di più i gol di Marco Branca, riserva di Vialli e Mancini). La squadra delle stelle, i già citati azzurri, l'intramontabile Cerezo, il grintoso Vierchowod, lo stiloso Dossena, il settepolmoni Pari, ma anche dei comprimari come Gianni Invernizzi che segnò due reti importantissime, all'esordio contro il Cesena e a Torino, sponda granata, a un soffio dal tricolore). E poi lui, il maestro, Vujadin Boskov: colui che con i suoi sorrisi, le sue battute sapeva stemperare i momenti peggiori (e anche quell'anno ce ne furono, come quando dopo l'arbitraggio di Ceccarini in Sampdoria-Torino i blucerchiati si trovarono senza a pezzi e andarono a perdere a Lecce con Nuciari, Mignani e Calcagno in campo) ma che portava con sè la grande sapienza, esperienza e classe che gli derivava dall'essere stato giocatore e allenatore di fama internazionale.

L'anno della consacrazione dei gemelli del gol: Roberto Mancini, finalmente concreto e continuo e Gianluca Vialli, atteso fino a novembre dopo un infortunio e poi praticamente inarrestabile, tanto da vincere la classifica dei cannonieri. E di Pagliuca, Batman tra i pali, con la perla del rigore-scudetto parato a San Siro a Lothar Matthaus, mica uno qualunque. Per tacere dello zar Vierchowod, della velocità di Moreno Mannini, del coraggio e della tecnica di Attilio Lombardo, la rivelazione ma già dall'anno prima, la concretezza di Katanec, Ivano Bonetti, la rivelazione fatta in casa Lanna, "il capitano" Luca Pellegrini, il seme di quella squadra.

Il giorno del tricolore, sulla panchina del Lecce c'era Zibi Boniek, in campo tra i salentini un ragazzo che aveva ancora i capelli e che si farà cacciare a fine primo tempo: era Antonio Conte. Ma soprattutto c'erano i palloni che Cerezo, Mannini, Vialli scagliarono alle spalle del portiere Zunico e che vollero dire scudetto. Una festa travolgente ma composta, che avvolse la città fino a notte inoltrata e si ripeté alcune sere dopo con una storica fiaccolata nelle vie del centro di Genova.

Dicevamo "allo scudetto e oltre".
Già, perchè quella squadra arrivò a un passo dalla leggenda, a un passo dal titolo di campione d'Europa, fermata solo da un discutibile fallo fischiato da un arbitro tedesco e da una saetta di Koeman nella notte magica e amara di Wembley. Ma l'amarezza di quella notte non poté e non potrà mai cancellare il tumulto di emozioni che alle 17.45 del 19 maggio 1991 i sampdoriani provarono dopo il triplice fischio dell'arbitro Lanese. Sampdoria campione d'Italia: e 20 anni prima chi lo avrebbe mai detto?